Visualizzazione post con etichetta ABILITAZIONE NAZIONALE. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ABILITAZIONE NAZIONALE. Mostra tutti i post

lunedì 8 aprile 2013

LETTERA APERTA DI APRI AL MINISTRO PROFUMO: PROPOSTE PER IL DECRETO FFO 2013







Gentile Ministro Profumo,



Ci rivolgiamo a Lei a nome dell'Associazione Precari della Ricerca Italiani (APRI), scegliendo la via di una lettera aperta pubblicata sul blog della nostra associazione contestualmente all'invio al suo indirizzo di posta elettronica, per proporre alcune considerazioni in merito alla bozza di decreto sul FFO 2013 recentemente circolata. Ci teniamo in primo luogo ad esprimere il nostro apprezzamento per quanto contenuto nell'art. 6, con la previsione di uno stanziamento di fondi - da distribuirsi anche tenendo conto della VQR - di posti di Ricercatore a Tempo Determinato di tipo B. Si tratta in effetti di un'iniziativa da noi lungamente richiesta, e che ci pare risponda all'esigenza reale di incentivare questo tipo di contratti che altrimenti - come dimostrano i bandi usciti finora - finirebbero con l'essere sostanzialmente trascurati dagli atenei.

Ciò detto, vorremmo proporLe dei possibili miglioramenti. Proprio perché riteniamo che l'iniziativa sia di estrema importanza per il rilancio e lo svecchiamento del sistema universitario nazionale riteniamo che sia imperativo che - contestualmente all'allocazione di risorse apposite per il reclutamento di RTD di tipo B - si provveda anche a fare di tutto per rendere le selezioni il più possibile trasparenti e meritocratiche. Come Lei sa le disposizioni contenute della Legge 240 per il reclutamento di queste figure rappresentano, per alcuni versi, un passo indietro rispetto alle procedure di reclutamento delle ultime tornate di concorsi per Ricercatori a tempo indeterminato. In particolare si è fatto un passo indietro rinunciando ad imporre il sorteggio dei membri esterni delle commissioni, operazione che garantiva maggiore trasparenza.

Al fine di rendere veramente innovativo questo intervento formuliamo le seguenti proposte, tra loro alternative. Si potrebbe ipotizzare di allocare i posti non tramite concorsi locali, bensì attraverso procedure di selezione nazionale - basata sulla valutazione dei curricula e della pubblicazioni - sul modello di quanto già avviene per i bandi Montalcini. Le procedure nazionali renderebbero più trasparente e meritocratica la selezioni, riducendo il rischio di pratiche di reclutamento viziate da logiche localistiche. In alternativa, qualora per ragioni tecniche si ritenesse impraticabile questa prima ipotesi, chiederemmo di imporre agli atenei che volessero usufruire di tali risorse di provvedere al sorteggio dei membri esterni delle commissioni da un elenco nazionale. In entrambi i casi riteniamo che tali indicazioni possano essere contenute nello stesso decreto FFO, e dunque che siano tecnicamente fattibili e di facile applicazione.

Le chiederemmo altresì un approfondimento sul tema delle risorse destinate ai bandi Montalcini. Fine della nostra associazione è sempre stata la promozione di un sistema trasparente, europeo e autenticamente selettivo nel reclutamento universitario. Siamo assolutamente favorevoli all'apertura dei nostri atenei all'esterno, e proprio per questo ci chiediamo se e fino a che punto i bandi per il 'rientro dei cervelli' siano idonei allo scopo. Non sarebbero preferibili bandi aperti a tutti - italiani espatriati, stranieri, italiani in Italia - invece che posti riservati ad una sola categoria? Nel caso si riuscisse a rendere davvero più aperte e meritocratiche le selezioni per i posti di RTD di tipo B - secondo le modalità da noi indicate - non sarebbero tali procedure - aperte a tutti - da privilegiarsi rispetto a bandi rivolti ad una platea ristretta di soggetti? Pertanto, e anche in relazione all'esiguo numero di posti di tipo B banditi finora, le chiederemmo di voler considerare una rimodulazione dello stanziamento di risorse, destinando 10milioni all'incentivazione dei TDB e 5 ai bandi Montalcini.

Concordiamo inoltre con quanto suggerito dalla CRUI sull'opportunità che tali posti di RTD di tipo B si collochino al di fuori del conteggio dei punti organico su PROPER.cineca, cioè svincolati dal turn-over disponibile. Inoltre proporremmo di indicare espressamente che tali posti assegnati agli atenei NON debbano essere considerati ai fini del conteggio dei posti di tipo B da crearsi per ciascuna chiamata di Professori Ordinari, come prescritto dalla normativa vigente. Ciò garantirebbe che questi posti siano veramente aggiuntivi a quelli che gli atenei avrebbero comunque dovuto fare qualora intendessero reclutare nuovi Professori Ordinari.

Infine cogliamo l'occasione per chiedere di ripensare quanto prima lo stanziamento complessivo di risorse per il sistema, che è oggettivamente sottofinanziato, e di chiarire ogni equivoco circa la quota del 20% di posti destinati ad esterni nel reclutamento di PA e PO, come previsto dalla legge. In particolare ci preme che sia integralmente rispettato il dettato legislativo che impone che la suddetta quota sia conteggiata sulle teste e non sui costi.

Siamo naturalmente aperti e disponibili ad un confronto con Lei su questi punti.
In attesa di un riscontro da parte Sua cogliamo l'occasione per porgerLe i nostri migliori saluti.

mercoledì 28 novembre 2012

LETTERA APERTA DI APRI AL MINISTRO PROFUMO






All'att.ne del Mininistro Prof. Francesco Profumo

  
L'Associazione dei Precari della Ricerca Italiani (APRI) nasce nel 2008 al fine di stimolare una revisione in senso meritocratico del sistema universitario italiano, con particolare riguardo alle procedure concorsuali per l'accesso alla docenza universitaria.
A ormai due anni dall’approvazione parlamentare della legge n. 240/2010, appaiono lapalissiane le severe criticità che limitano il reclutamento dei ricercatori a tempo determinato previsti dalla nuova normativa. Il nostro grido di allarme in tal senso è tutt'altro che isolato, visti i recenti, analoghi comunicati emessi dal Consiglio Universitario Nazionale e dall'Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca Italiani. In effetti, si può senza alcun dubbio già decretare il completo fallimento della legge n. 240/2010 dal punto di vista dell’inserimento di nuove leve nelle università italiane. 

Questo dato di fatto è facilmente estrapolabile dall'esiguo numero di posizioni di ricercatore a tempo determinato attive alla data del 20/11/2012: un totale di poco più di 2000 contratti, di cui solamente una quindicina (!) per ricercatore a tempo determinato (di tipo B) con previsione di tenure track. 

La scarsità di risorse dedicate all’attivazione dei nuovi contratti per ricercatore si somma poi alla diffusa tendenza delle varie sedi a proporre progetti di ricerca dettagliati nei medesimi bandi, in palese difformità rispetto ai contenuti della legge n. 240/2010.

Questi già drammatici dati e considerazioni sul nuovo reclutamento compongono un quadro ancor più preoccupante se si analizza anche la situazione relativa all'attivazione di assegni di ricerca (è stato infatti raggiunto il picco storico di oltre 15000 contratti di tale tipo) ed i numeri relativi alle chiamate per professori, pari a 285. A tale analisi andrebbero poi aggiunti i dati relativi alle migliaia di contratti di collaborazione coordinata e continuativa, per i quali tuttavia non si dispone di alcun dato ufficiale.
In sintesi, i dati del Ministero indicano il mantenimento di una corsia di favore per le progressioni del personale già in ruolo, e una drammatica chiusura all’ingresso di nuove leve nell’accademia italiana, associata a una loro accentuata precarizzazione.

Mentre è prevedibile che molti precari, ampiamente sopra le mediane, possano ottenere l'abilitazione scientifica per la seconda fascia (e qualcuno anche per la prima), quali sono le reali possibilità che ottengano poi un posto nelle selezioni locali bandite successivamente? Lei sa quanto noi che la stragrande maggioranza delle risorse andranno in progressioni di carriera, e non in reclutamento vero.

Sig. Ministro, ci rivolgiamo oggi a Lei consapevoli del momento di difficoltà economica che il Paese attraversa, consci del fatto che il miglior investimento in tempo di crisi è quello sull’alta formazione e sulla ricerca scientifica; Le chiediamo quindi di prendere in considerazione le proposte di seguito delineate, volte al rilancio del settore ricerca e università e del Paese nel suo insieme e a dare speranza ad una generazione meritevoli di giovani che altrimenti rischiano di essere definitivamente espulsi dal sistema:

1-   Chiediamo che sia definito un sistema di quote, a diverso livello su tutte le posizioni bandite dai singoli atenei, che vincolino i medesimi atenei all’attivazione di bandi per ricercatori a tempo determinato con previsione di tenure track (tipo B), associate a specifici incentivi ministeriali,  al fine ultimo di avviare il reclutamento di un congruo numero di nuovi ricercatori nel  prossimo quadrienno.

2-   Chiediamo che  nell' immediato una quota non inferiore al 30% dei  futuri concorsi a posti di professore associato sia riservata a ricercatori non strutturati

Al fine di discutere insieme queste proposte, APRI Le chiede di voler incontrare al più presto una delegazione dell’Associazione.

Confidando in un positivo riscontro, cogliamo l’occasione per porgerLe i più cordiali saluti.


La Presidenza dell'APRI

sabato 25 agosto 2012

PRENDI L'ABILITAZIONE, E POI MUORI....

  OK, sono finalmente state pubblicate le mediane sia per i settori bibliometrici che per i cugini sfigati non-bibliometrici. I risultati sono tristisssimi, per i settori bibliometrici l'asticella è tanto bassa che si poteva fare sostanzialmente a meno della procedura, in molti casi erano più selettivi i criteri CUN (e questo è dire tutto). Spesso la mediana degli articoli è pari o inferiore al numero di articoli sottoponibili per la valutazione qualitativa, e anche questo è un indice significativo.

Cosa vuol dire? Significa che i nostri letterati, storici, filosofi ecc. sono poco produttivi? Forse. O forse vuol dire semplicemente che i dati sono incompleti, che molti, moltissimi, non hanno avuto il tempo e la voglia di compilare a dovere i propri profili CINECA. Tanto a loro che importa? E l'Anvur, del resto, ha stabilito che se ne frega se i dati sono parziali, incompleti, errati...Loro non si assumono responsabilità.

Manca ancora l'elenco delle riviste scientifiche per i settori non bibliometrici, tra cui in particolare manca quello delle testate di fascia A. Mentre per l'area 12, quella delle scienze giuridiche, quella di Onida e del famoso ricorso, i responsabili incaricati proprio si sono rifiutati di produrre l'elenco delle riviste.

Ma che volete che sia, tanto siamo di fronte al bando più lungo della storia, c'è tempo...e il fatto che per i giuristi non si siano prodotti gli elenchi (a dispetto di quanto stabilito dalla legge dello Stato) evidentemente non fa problema.

Già, c'è tempo per correggere, o anche per fare nuovi pasticci.

Finora di pasticci, errori, contraddizioni tra criteri stabiliti da leggi e decreti e delibere Anvur  ne sono stati trovati tanti. I colleghi (strutturati) di Roars, si sono divertiti a catalogare tutti (o quasi) gli errori, le imprecisioni, i casini creati dai Vogon anvuriani.

Non che i compagni di Roars abbiano torto, anzi...purtroppo hanno ragione. Però ci sono anche  altre storture che non segnalano con altrettanta decisione. Per esempio il fatto che, pasticci e amenità anvuriane di fatto non impediranno che si riproducano i classici meccanismi accademici italiani per cui andrà avanti chi è più anziano, chi è in fila da più tempo. Come se si trattasse della coda all'ufficio postale.

Non è questo il tipo di sistema per cui APRI ha lottato. Non è  certo questo che succede nei paesi avanzati.

Qui però siamo in Italia, dove si confrontano diverse lobby, ma tutte di strutturati che hanno scarso interesse per la sorte della nostra generazione, la generazione dei nati negli anni Settanta. Tanto siamo sostituibili. Hanno trovato il modo di risolvere il problema dei precari: con lo sterminio di un'intera generazione.

Certo i criteri Anvur sono pieni di limiti sotto il profilo epistemologico, amministrativo, giuridico, e anche semplicemente logico; ma tutto questo è secondario rispetto al vero problema, all'autentico dramma che sta per consumarsi.

SIAMO DI FRONTE A UN MASSACRO: UN'INTERA GENERAZIONE E' DATA PER MORTA E A NESSUNO SEMBRA IMPORTARE!

Quanti saranno i precari (attivi in istituzioni italiche o espatriati) che otterranno l'abilitazione? Difficile dirlo, di certo sono molti - moltissimi, diverse migliaia - quelli sopra le mediane (bibliometriche e non). Quanti saranno quelli a ottenere i posti - quelli veri - nei concorsi post-abilitazione? Beh, qui le previsioni sono più facili: quasi nessuno, poche unità....

E questo a prescindere dal merito, ovviamente....


Viva l'Italia, viva l'Anvur, viva Roars, W I CONCORSI FARSA! 

giovedì 10 novembre 2011

APRI SU LEGGE DI STABILITA'


L’Italia nella crisi. Le proposte dei precari della ricerca per la “legge di stabilità”

La crisi politico-economica in cui è precipitato il nostro Paese richiede un’assunzione di responsabilità da parte di tutti. Al tempo stesso, la crisi non deve diventare un’ulteriore occasione per mortificare le energie migliori del Paese; anzi deve costituire un’opportunità di rilancio che guardi con lungimiranza alle prospettive di medio e lungo periodo di crescita dell’economia italiana.

In tal senso, riteniamo che il settore dell’università e della ricerca debba essere chiamato a contribuire sia alle esigenze di razionalizzazione e contenimento delle spese, sia alle altrettanto importanti esigenze di rilancio dell’economia del Paese.

Sulla base di queste premesse, proponiamo che il decreto di stabilità che sarà presto discusso e poi convertito in legge dai due rami del Parlamento contenga tre linee di azione fondamentale, due dedicate al contenimento delle spese e una alla valorizzazione del comparto ricerca in chiave di sviluppo.

Sul versante del contenimento delle spese proponiamo:

- di adottare misure volte ad accelerare il processo di svecchiamento dell'università, anticipando almeno a 68 anni l’età di pensionamento dei professori (ordinari e associati).
- di provvedere a un congelamento del piano straordinario di "promozione" degli attuali ricercatori a professori associati, che si configura come un “finanziamento a pioggia” con scarse ricadute sulla produttività scientifica del sistema universitario.

Sul versante del rilancio del settore ricerca proponiamo in particolare:

- il rifinanziamento massiccio del programma “Futuro in Ricerca” dedicato ai giovani, basato esclusivamente sul principio dell’eccellenza scientifica e aperto a tutte le discipline, sull’esempio di analoghi programmi europei come “Ideas” dell’European Research Council.

APRI - Associazione dei Precari della Ricerca Italiani

9 novembre 2011

giovedì 20 ottobre 2011

Abilitati (solo) con i capelli bianchi


Nei giorni scorsi è circolata in modo informale la bozza del “Regolamento recante criteri e parametri per la valutazione dei candidati ai fini dell’attribuzione dell’abilitazione scientifica nazionale” a cura del Ministero dell’Università e della Ricerca (MIUR).

APRI – Associazione dei Precari della Ricerca Italiani – ritiene che tale documento contenga alcune disposizioni che meritano un giudizio senz’altro positivo, a partire da quelle che impongono una maggiore trasparenza e obiettività al lavoro delle commissioni giudicanti. In particolare, si apprezza, nei settori disciplinari in cui ciò è possibile, l’uso degli strumenti bibliometrici, sulla base delle indicazioni fatte pervenire dall’Agenzia di Valutazione del Sistema Universitario (ANVUR).


Al di là di questi aspetti positivi, APRI non può tacere le forti perplessità suscitate dall’articolo 3., comma 4, della bozza in cui si dice:

Nella valutazione di candidati già in servizio come professori associati o ricercatori o in posizioni equivalenti all’estero, fatta salva la considerazione complessiva dei titoli di cui all’articolo 4, comma 4, e all’articolo 5, comma 4, sono prese in considerazione esclusivamente le pubblicazioni prodotte dopo la nomina nella posizione in godimento”.

In altre parole, saranno prese in considerazione ai fini dell’abilitazione soltanto le pubblicazioni prodotte dal momento di entrata in ruolo. Tale norma spiana la strada a coloro che sono in ruolo da più anni, escludendo di fatto i neo-ricercatori (a tempo indeterminato e tempo determinato) dalla possibilità di conseguire l’abilitazione fin dalle prime tornate, pur avendo raggiunto una maturità professionale e scientifica adeguata. Evidentemente, dubitando della capacità di imporre una selezione basata su criteri scientifico-meritocratici, il MIUR ha preferito affidarsi ai più rassicuranti meccanismi gerontocratici di riproduzione della classe docente italiana; gli stessi che per anni hanno regolato il funzionamento dell’università italiana. È desolante constatare come ciò avvenga a dispetto delle reiterate promesse di Riforma del sistema e di rinnovamento generazionale.

Come APRI continuiamo a sostenere il principio secondo cui la selezione per l’abilitazione debba tenere conto della produzione scientifica recente, per esempio degli ultimi 5 anni nel caso della abilitazione a professore associato e dei 10 anni precedenti nel caso della abilitazione a professore ordinario. Tale principio di valutazione (peraltro contenuto anche nel parere dell’ANVUR in merito ai criteri di abilitazione nazionale) consente di selezionare i ricercatori che hanno dimostrato di essere adeguatamente produttivi in un recente periodo, di durata sufficiente a garantire la necessaria esperienza richiesta per il ruolo per cui si fa domanda di abilitazione.

Al contrario, la norma contenuta nell’articolo 3. della bozza ministeriale penalizza gravemente i giovani precari della ricerca, che devono già sostenere un percorso di carriera accidentato, dagli esiti assolutamente incerti e ancora oggi purtroppo largamente indipendenti dal merito scientifico. Entrando in vigore tale norma, i tempi di accesso a una posizione stabile si allungherebbero inevitabilmente, con effetti disastrosi sul lungo termine di scoraggiamento nei confronti delle nuove generazioni che oggi intraprendono gli studi universitari di alta formazione.

In particolare, i giovani precari che avranno accesso alle posizioni di “tenure-track” previste dalla legge 240/2010 (nota come Legge Gelmini di Riforma dell’Università) dovranno condurre una lotta impossibile contro il tempo (meno di tre anni) per produrre pubblicazioni sufficienti a conseguire l’abilitazione, pena la loro esclusione definitiva dal sistema universitario. Tale situazione va confrontata con quella dei ricercatori a tempo indeterminato in ruolo da tempo, ai quali verrà concesso di presentare pubblicazioni e titoli accumulati nell’arco di anni se non di decenni.

Altro che tenure-track e carriera basata sul merito: questo è un invito chiaro e tondo a “lasciare ogni speranza voi che entrate” o, meglio, voi che volete entrare in questo sistema sempre uguale a se stesso nel tempo, dove tutto cambia perché nulla cambi.

giovedì 22 settembre 2011

LA POSITIVA SORPRESA ANVUR

L’APRI, Associazione dei Precari della Ricerca Italiani, ha seguito con attenzione in questi mesi l’acceso dibattito sui requisiti scientifici necessari per conseguire l’abilitazione nazionale a Professore Associato e Ordinario, nonché su quelli che uno studioso dovrà possedere per essere nominato membro della Commissione giudicatrice.
Associazioni di docenti, enti, singoli esperti sono intervenuti nel dibattito. APRI ha dato il proprio contributo, rilasciando un comunicato il 4 luglio 2011. Considerata la delicatezza del compito e lo studio particolareggiato richiesto al fine di individuare requisiti attendibili per ciascuna area scientifica, APRI si è prudentemente limitata ad invitare a:

"porre la massima attenzione sulla qualità della valutazione in sede di abilitazione nazionale, particolarmente sulla solidità e selettività dei cosiddetti "criteri minimi”, basandoli su seri indicatori qualitativi e quantitativi largamente accettati dalla comunità internazionale. APRI ritiene di non poter scendere in questa sede nello specifico dei criteri per singola area ma che, in futuro, sarebbe opportuno consultare anche le associazioni dei Precari della Ricerca (tra cui APRI) in sede di redazione dei criteri abilitativi".

Da quest’ultima frase del comunicato APRI vogliamo oggi, a più di due mesi di distanza, ripartire. È noto infatti che il dibattito si è focalizzato su due pareri istituzionali distinti e in buona parte discordanti tra loro: quello del CUN – Comitato Universitario Nazionale e quello dell’ANVUR – la neonata Agenzia Nazionale per la Valutazione dell’Università e della Ricerca.

La differenza tra i due documenti salta subito agli occhi. Il documento CUN ha adottato un approccio “caso per caso”, che ha il difetto di mancare di coerenza e unitarietà. In alcuni settori, ad esempio, si contano solo le pubblicazioni su riviste certificate ISI, in altri genericamente si parla di riviste internazionali o di “peer-reviewed”, in altri si conta di tutto. In alcuni settori si calcola l’h-index, in altri il numero di citazioni, in altri non si tiene conto della bibliometria, ma ci si accontenta (è il caso dell’area umanistica) di due monografie pubblicate non si sa bene come e dove. Per non parlare delle varie soglie numeriche (in genere comunque abbastanza basse), non si capisce basate su cosa, su quali studi particolareggiati. Tali soglie, non tenendo conto delle differenze molte volte sostanziali esistenti nelle procedure di pubblicazione e di citazione anche tra settori appartenenti alla stessa area, finiscono inevitabilmente per essere poco selettive per alcuni e iper-selettive per altri. In definitiva, il documento CUN appare del tutto settoriale e privo di un metodo unitario. Le sue debolezze sono evidentemente conseguenza della faticosa opera di mediazione fra corporazioni accademiche che è dietro la sua stesura, in cui ogni area e ogni suo settore sembra aver seguito interessi e logiche proprie, quasi mai adottando parametri virtuosi.
Di diverso tenore, a nostro avviso, il parere offerto dall’ANVUR. Pur essendosi l’ANVUR trovata a formulare un parere in tempi molto brevi (i componenti dell’Agenzia erano ancora di fresca nomina), essa si è mostrata aperta al confronto con tutte le parti. Ha preso in considerazione commenti e obiezioni, trattando la questione dei criteri abilitativi, così come quella dei criteri di valutazione della attività di ricerca e didattica, come un processo in continua evoluzione, anziché una serie statica e immutabile di “criteri minimi” come nel documento CUN.Per i settori scientifici non-umanistici, il parere ANVUR si basa essenzialmente su requisiti di tipo bibliometrico, fissando soglie identificate sulla base del calcolo della mediana dei parametri bibliometrici posseduti dai docenti strutturati appartenenti ai settori per i quali si richiede l’abilitazione. Se ad esempio si prende in considerazione l’h-index, si chiede che il candidato all’abilitazione abbia un h-index maggiore del valore corrispondente alla mediana di coloro che appartengono a quel settore nel ruolo al quale il candidato vuole accedere (PA o PO). È chiara la selettività di criteri del genere, il fatto che essi abbiano una base statistica e che nel tempo accrescano inevitabilmente la produttività di un settore. Altra cosa che positivamente impressiona è che ANVUR tiene conto della continuità produttiva, richiedendo che tali parametri siano calcolati entro gli ultimi 5 (per i PA) o 10 (per i PO) anni, in modo da mettere sullo stesso piano giovani e meno giovani (è noto infatti come i parametri bibliometrici crescano con l’anzianità accademica).
Degno di nota ci pare il modo in cui l'Agenzia ha affrontato la specificità dei settori umanistici (attribuendo punteggi ai diversi prodotti scientifici in base alla loro circolazione nazionale o internazionale), dove oggi sicuramente non sono applicabili gli schemi bibliometrici proposti per le aree scientifiche. A questo proposito ci pare che la soluzione proposta dall’ANVUR costituisca un ottimo risultato, sia perché incentiva l’internazionalizzazione, sia perché contribuisce a ridurre l'arbitrio esercitato dalla commissioni di concorso (senza però azzerarne i poteri decisionali). Per quanto riguarda le discipline di area umanistica ci paiono sensate e apprezzabili le modifiche proposte congiuntamente dalla Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea e dall’Associazione degli Italianisti in uno spirito costruttivo e non difensivo. Seguendo tali proposte crediamo che si possa stimolare anche in area umanistica una vera promozione del merito.
Nonostante le critiche ricevute, e la campagna mediatica che si è da subito scagliata contro la proposta ANVUR e per la difesa dello status quo, l’Agenzia non si è chiusa a riccio, tutt’altro.
ANVUR ha emanato un documento in cui emenda il proprio parere, tenendo conto di molte delle critiche ricevute e rigettandone, sempre in modo motivato, altre. Questo approccio ha positivamente impressionato noi precari della ricerca, da sempre abituati a un modo di agire burocratico e autoreferenziale caratteristico dell’Accademia e della politica italiana.
ANVUR introduce oggi un approccio che ha il merito di guardare a obiettivi chiaramente identificati, in questo caso quelli di operare una selezione del corpo docente basata sul merito e di accrescere la produttività della comunità scientifica italiana. E non lo fa dal punto di vista dei potentati accademici o di interessi di singole discipline, ma sulla base di studi accurati e alla luce delle migliori pratiche internazionali.
ANVUR inoltre cerca di incentivare il più possibile le pubblicazioni su riviste e/o editori internazionali dove con tal termine si deve intendere quei lavori pubblicati per essere letti in un circuito mondiale e scritti in lingua inglese. Ciò non perché, come qualcuno obbietta, si pecchi di esterofilia o si voglia sminuire la lingua di Dante e di Leopardi, quanto perché l’inglese è oggi, piaccia o non piaccia, la lingua universalmente adottata in un contesto internazionale e risulta essenziale, per un ricercatore (ormai di tutte le discipline), comunicare i risultati dei propri lavori al pubblico più ampio possibile. Questo può finalmente spingere l’Accademia italiana ad uscire dalla sua nota autoreferenzialità, aprendosi al dibattito scientifico in un contesto globale.
Con l’ANVUR si può dialogare, si può intervenire, si può suggerire e criticare, nella consapevolezza che le critiche costruttive saranno prese in considerazione e poste al vaglio di uno studio particolareggiato. APRI desidera con questo comunicato manifestare il proprio apprezzamento per il metodo e lo stile di lavoro adottati dall’ANVUR in questi mesi.

22 settembre 2011

lunedì 4 luglio 2011

DECRETO MINISTERIALE ABILITAZIONE: IL PARERE APRI INVIATO ALLA VII COMMISSIONE DEL SENATO


CONSIDERAZIONI DELL'ASSOCIAZIONE PRECARI DELLA RICERCA ITALIANI IN MERITO AL DECRETO MINISTERIALE SULL'ABILITAZIONE NAZIONALE DEI PROFESSORI UNIVERSITARI

Considerando la centralità del Decreto Ministeriale in discussione per la riforma del sistema universitario e il suo ammodernamento APRI chiede alla VII Commissione del Senato di considerare quanto segue:

1) Invio telematico delle pubblicazioni negli esami di abilitazione

APRI ritiene imperativo che, nonostante le critiche formulate sul punto dal Consiglio di Stato, si consenta l'invio in forma telematica delle domande di partecipazione ai concorsi e della relativa documentazione. L'uso del mezzo telematico modernizzerebbe le procedure di invio delle pubblicazioni e faciliterebbe la loro consultazione da parte della Commissione valutatrice. Faciliterebbe, inoltre, l'invio di richieste di valutazione da parte di candidati residenti e/o operanti all'estero, favorendo una maggiore partecipazione da parte di candidati stranieri. L'internazionalizzazione del nostro sistema universitario e l'attrazione di cervelli dall'estero deve essere uno degli obiettivi della riforma, a tal fine vanno eliminati tutti gli ostacoli burocratici e dunque va considerato con assoluto favore l'invio telematico delle domande e della relativa documentazione. Facciamo notare altresì che l'invio telematico, in linea con le pratiche diffuse in tutto il mondo avanzato, falciliterebbe il compito di archiviazione da parte della Pubblica Amministrazione e non ultimo eviterebbe uno spreco di grandi quantità di materiale cartaceo. APRI fa notare che da ormai un decennio le pubblicazioni vengono dagli stessi ricercatori consultate, studiate, diffuse prevalentemente (ove non esclusivamente) in formato digitale (.pdf). I file contenenti le pubblicazioni possono essere scaricati direttamente dalle pagine web delle riviste scientifiche. Nel caso di libri o loro capitoli, saggi e curatele, la digitalizzazione di un volume puo' essere effettuata presso qualsiasi copisteria a un costo pari a quello delle semplici fotocopie, con la differenza che nel primo caso il lavoro viene commissionato una volta per tutte.
Le critiche del Consiglio di Stato in merito all'accessibilità del materiale inviato paiono discutibili anche perché i documenti in formato elettronico potrebbero essere autocertificati come autentici allo stesso modo in cui si è soliti autocertificare le pubblicazioni inviate in fotocopia; inoltre un invio cartaceo non è garanzia di maggiore diffusione del prodotto. Si può anzi argomentare il contrario poiché la disponibilità del materiale in formato elettronico consentirebbe un più facile e agevole accesso agli stessi.

2) Commissioni per l’esame di abilitazione

In considerazione del fatto che Governo e maggioranza parlamentare hanno più volte affermato che uno degli obiettivi strategici della riforma consiste nella valorizzazione del merito e nel conseguente abbattimento del cosiddetto potere baronale, APRI invita il Senato a porre particolare attenzione al meccanismo di selezione dei commissari deputati a valutare le domande di abilitazione.
Il sistema disposto dal Decreto Ministeriale prevede un sorteggio a partire da una rosa di professori ordinari che si siano proposti per l'incarico. In tale procedura il rischio è di alimentare i circuiti di potere che troppo spesso soffocano il sistema della ricerca italiana: chi si candida lo farebbe per difendere interessi di parte - non sempre coincidenti con l'interesse generale - e inoltre è ipotizzabile che nella fase di definizione delle candidature maturino strategie e accordi preventivi tra gli ordinari del settore. Crediamo opportuno quindi introdurre un secondo livello di selezione dei commissari, a partire dalla lista dei facenti richiesta, che sia trasparente e tale da ridurre al minimo i rischi relativi alla costituzione di cordate o accordi preventivi. Pertanto suggeriamo che la produzione scientifica dei candidati commissari sia identificata da un ente indipendente come adeguata in termini qualitativi e quantitativi. APRI insiste che debba essere necessariamente ANVUR a valutare l’adeguatezza dei profili di coloro che si candidassero a far parte delle Commissioni di valutazione.

3) Criteri di abilitazione

APRI, essendo tale tema strettamente legato al presente dibattito, coglie l'occasione per invitare a porre la massima attenzione sulla qualità della valutazione in sede di abilitazione nazionale, particolarmente sulla solidità e selettività dei cosiddetti "criteri minimi”, basandoli su seri indicatori qualitativi e quantitativi largamente accettati dalla comunità internazionale. APRI ritiene di non poter scendere in questa sede nello specifico dei criteri per singola area ma che, in futuro, sarebbe opportuno consultare anche le associazioni dei Precari della Ricerca (tra cui APRI) in sede di redazione dei criteri abilitativi.