lunedì 30 agosto 2010

L'editoriale di Darth: "L'estate sta finendo"...



...ma per restare ai Righeira forse sarebbe piu' azzeccato "No tengo dinero".
Alla fine di un agosto occupato da polemiche inutili e numeri da circo, proviamo a guardare a cosa si prepara per l'autunno.

Senza un'iniezione di fondi, le Universita' e gli Enti si troveranno in seria difficolta', soprattutto per quanto riguarda il turnover del personale: se oggi molte universita' spendono il 90% del budget in stipendi, il prossimo anno parecchie si troveranno ben oltre questa soglia. A dispetto dei ripetuti annunci del ministro Gelmini, nessun provvedimento ha ancora chiarito se ci saranno o meno quegli 8 miliardi di FFO che servono a mantenere in piedi il sistema. 
Come prevedibile, i concorsi finanziati ormai da 3 anni, in Enti ed Universita', son ben lontani dall'essere espletati. E sia sugli Enti che sulle Universita' incombono riforme discutibili (ne abbiamo parlato spesso, su questo blog): il consenso indubbiamente trasversale dell'apparato dirigente in merito fa prevedere che le riforme potranno forse sopravvivere anche nell'ipotesi di un cambio di Governo.
Ma quello che meraviglia e' soprattutto come il sistema Universita' e Ricerca, come coloro che ne fanno parte reagiscono alla catastrofe. Ogni "sottoinsieme" briga per accaparrarsi un piccolo vantaggio, portare a casa un avanzamento di carriera, una rappresentanza nei futuri organi decisionali, per salvarsi a danno di chi verra' sommerso. Forse perche' da troppo anni (forse da sempre?) nella realta' del sistema Universita' e Ricerca italiano non ci sono semplicemente dei professori/ricercatori, con maggiori o minori responsabilta', esperienza, compiti, magari raggruppati in base a linee di ricerca, o dipartimenti, o istituti: c'e' invece una stratificazione, spesso anagrafica, di gruppi che condividono o meno determinati privilegi. Ogni gruppo e' talmente impegnato nella "lotta" per il mantenimento dei suddetti privilegi (e piu' sono i privilegi, piu' la lotta si fa aspra) da  non rendersi conto che ormai e' in gioco TUTTO.
E cosi' a dispetto di quanto si vede in superficie (tutti che lamentano l'iniquita' dei tagli, il blocco del turnover, i limiti imposti dall'alto) all'atto pratico nessuna protesta VERA sembra partire. Perche' le lezioni in piazza, le manifestazioni di un giorno al sole delle piazze romane, financo i blocchi della didattica minacciati (ma poi mantenuti?) non spostano di un millimetro la bilancia: i giochi si fanno sotto il banco, e chi ha letto bene il DDL approvato dal Senato sa benissimo cosa i diversi gruppi hanno ottenuto. 
Se non ci vogliamo arrendere al gioco al massacro dal quale, alla fine, usciremo sconfitti tutti, che si puo' fare? Sul Lato Oscuro si farebbe presto: bloccare il funzionamento di Universita' ed Enti, niente servizi, niente lauree, niente esami, tutto fermo finche' non si rimette in discussione il piano di smantellamento bipartisan. Questo, ovviamente, comporta che alcuni resteranno senza stipendio per un po' di mesi, che un po' di studenti perderanno appelli e si laureeranno in ritardo, che i Rettori chiameranno i Carabinieri, che genitori infuriati tenteranno di tirarci sotto col Pajero... Non per niente, e' il Lato Oscuro.

mercoledì 11 agosto 2010

NUOVO STATUTO DEL CNR: PRECARI OGGI, PRECARI DOMANI



E finalmente disponibile sul sito del CNR lo "
schema di statuto" deliberato il 9 agosto dal CdA "allargato".  Molte voci avevano anticipato cambiamenti rispetto alle bozze circolate precedentemente. Uno degli aspetti piu' controversi era la famigerata "norma antiprecariato", che estendeva, anche retroattivamente, il limite di 6 anni totali di contratti (di qualsiasi tipo) a tempo determinato. In pratica, dall'emanzione dello Statuto in poi, non si sarebbe potuto lavorare al CNR con contratti (cococo, cocopro, borse, assegni, contratti TD) per piu' di 6 anni complessivi, anche non continuativi. La retroattivita' della norma aveva fatto scendere sul piede di guerra i precari, che vedevano cambiare le regole dall'oggi al domani e in molti casi si sarebbero trovati "fuori limite" senza preavviso.
Fortunatamente nello schema approvato, nel comma f dell'art 4 si specifica che "non rilevano[...]i periodi precedenti all’entrata in vigore del presente Statuto". Purtroppo, pero', come e' ormai regola nel tormentato percorso delle riforme all'italiana, se prima si combatteva il precariato cancellando i precari, ora si tutelano i precari ma si ri-propaga il precariato. Nello stesso comma infatti il limite massimo e' stato infatti portato a DIECI ANNI che non includono l'eventuale dottorato di ricerca! Il messaggio e' chiaro: anche per il futuro, al CNR i ricercatori resteranno precari fino a 40 anni. E' anche previsto che potranno essere istituite delle forme contrattuali tenure track, ma per il regolamento, vedremo poi...
Un'altra norma contestata e' quella che vincola, nella programmazione triennale dell'Ente, a mantenere la spesa per gli stipendi del personale sotto la soglia del 75% del finanziamento statale. Contestata (dai sindacati, in prevalenza) non si capisce bene per quale motivo, visto che un Ente di ricerca non dovrebbe solo pagare stipendi ma, appunto, fare ricerca.
Infine (ma solo perche' non e' un problema solo dei precari) la gestione dell'Ente viene assoggettata al Ministro di turno, che nomina il Presidente e 3 consiglieri (su 7, Presidente incluso)  del CdA. I restanti 3 consiglieri sono nominati dalla CRUI (!!!), da Confindustria (!!!) e uno, per elezione, dai ricercatori del CNR. Ed e' gia' qualcosa che non ce ne sia pure uno nominato dal Sultano del Brunei...

sabato 31 luglio 2010

UNIVERSITA', RIFORMA EPOCALE: ABOLITI I PRECARI!



Con il voto a maggioranza in Senato, il DDL Gelmini di cosiddetta riforma dell'Università si appresta a marciare spedito verso la meta finale. Non quella di migliorare il sistema universitario, naturalmente, ma quello di liberare il paese di un'intera generazione di ricercatori precari (almeno ventimila) che in questi anni hanno condotto ricerche di alto livello, spesso tappato i buchi della didattica e del funzionamento basilare degli atenei gestendo tesi di laurea e commissioni d'esame, malpagati, senza certezze, e che, dal prossimo autunno, si sentiranno dire "che volete farci? siete troppo vecchi...". La legge Gelmini risolve il problema dei precari spazzando via i precari. Nei prossimi 6 anni per gli attuali ricercatori di ruolo saranno infatti previste promozioni a professore associato riservate, mentre per i giovanissimi che in questo momento stanno accadendo al livello del dottorato si prevede la strada (ancora piuttosto indefinita) degli assegni di ricerca (4 anni max), dei posti da ricercatore a tempo determinato che dopo tre anni + due anni più tre anni di contratti TD al ruolo di associato, ma stando ben atenti a non collezionare piu' di 10 anni di assegni e contratti in totale senno' si casca fuori dalla giostra.... Per gli attuali assegnisti, borsisti, docenti a contratto, la cui età media si aggira attorno ai 35 anni e la cui "anzianità" di servizio è mediamente di sei anni dopo il dottorato, l'orizzonte del futuro è quasi privo di speranza: blindati i concorsi riservati per il personale di ruolo; ragionevolmente, poche speranze di poter attendere ancora (sei anni? otto anni?) per partecipare alle selezioni di ruolo (la cosiddetta tenure track) riservate ai futuri ricercatori a tempo determinato. Che rimane, per alcune migliaia di 35enni/quarantenni, di alto livello e con ottime produzioni scientifiche, se non la fuga all'estero o l'abbandono della ricerca per un altro lavoro (se possibile, vista l'età e la superqualificazione)? 
E' chiaro l'obiettivo politico di cancellazione della generazione dei ricercatori non strutturati sotteso dalla legge Gelmini.
Perché, altrimenti, non prevedere ALCUNA FORMA DI NORMA TRANSITORIA, che permetta a chi ha già maturato anni di ricerca ad alto livello (e sia in possesso di un curriculum adatto) di poter concorrere direttamente alle posizioni per il triennio tenure track, una volta acquisita l'idoneità nazionale (si noti che questo e' previsto solo per una particolarissima e ristrettissima categoria di precari storici, i TD ex legge Moratti... l'ennesima norma ad personam)?
Inoltre il suddetto "limite dei 10 anni" oltre i quali si e' fuori dai giochi, condivisibile per limitare il precariato in futuro, per come formulato ha anche valore retroattivo! 
La legge Gelmini, così come è concepita, RISOLVE IL PRECARIATO ABOLENDO I PRECARI e non lo fa selezionando per merito, ma eliminando dalla competizione proprio quelli che non hanno alternative, se non l'espatrio: quei ventimila ricercatori (ancora) giovani che hanno fin qui consentito di costruire un futuro per la qualità dell'insegnamento universitario e per la ricerca nazionale.
C'e' qualcuno, dentro il Parlamento, nella maggioranza e nell'opposizione, a cui ancora frega qualcosa del destino della cultura, della formazione e dell'alta ricerca del Paese ed e' in grado di ripensare l'attuale legge di riforma? 
Non si tratta di fare alcuna sanatoria,
NESSUNA OPE LEGIS. Ci siamo sempre battuti contro ogni forma di stabilizzazione di massa senza merito, una pericolosa forma di degrado del sistema universitario richiesta, pure, a gran voce, da molti segmenti del mondo accademico.
Diamo a (molte) migliaia di ottimi giovani ricercatori precari almeno la possibilità di competere, per continuare a svolgere il loro mestiere, per non impoverire la nostra università e per non danneggiare l'Italia.

sabato 24 luglio 2010

La Stasi non va in vacanza: gli emendamenti al DDL in Senato

- Spezzettamento dei ricercatori a tempo determinato in due tipi, uno senza e uno con tenure-track (indovinate le università quale di questi due tipi di contratto prediligerano?)
- Via le chiamate degli "esterni" nei primi 6 anni (inzialmente 2/3 nel testo originario, poi diminuiti a 1/2 e ora a 1/5 ma senza sanzioni per gli atenei che non rispettano nemmeno questo bassissimo limite)
- Via libera alla "chiamata diretta irresponsabile" (chiamata diretta senza assunzione di responsabilità da parte della struttura che effettua la chiamata) per tutte le posizioni da professore
- Accolte le richieste CRUI: circa 6000 concorsi per promozioni di carriera nei primi 6 anni, ma senza copertura finanziaria
- Anche la Lega Nord propone un emendamento a favore del pensionamento degli ultra 65-enni, ma solo per i professori neo-assunti

Queste alcune delle maggiori novità dei primi emendamenti del DDL della Riforma Universitaria in discussione in questi giorni in Assemblea al Senato, disponibili a questo link. Mancano quelli del Governo.
Da segnalare che, oltre all'emendamento del PD per l'abbassamento dell'età pensionabile a 65 anni, anche la Lega Nord (Sen. Pittoni) propone un emendamento in questa direzione anche se solamente ai professori assunti con la nuova legge (quindi l'effetto sarebbe quasi nullo).
Inoltre, molte delle richieste della CRUI risultano sostanzialmente accolte. Per esempio, nelle norme transitorie si prevede che gli Atenei che nei 6 anni successivi all'entrata in vigore della legge, gli Atenei debbano prevedere la messa a concorso di circa 6000 posti da professori associato con cofinanziamento del MIUR (emendamento del Relatore).
Infine vale la pena segnalare anche la presenza di tantissimi emendamenti-sanatoria, specialmente a favore dei ricercatori a tempo indeterminato, ma anche ai professori a contratto o a un fantomatico "personale tecnico-scientifico" (???).

Ma è probabilmente la riscrittura dell'articolo sui ricercatori a tempo determinato, a opera del Relatore del DDL (Sen. Valditara), la novità più rilevante per quanto ci riguardo.. Le modifiche sono molte. Alcune sono positive, come una tenure-track più vincolata e con maggiori garanzie, ed il fatto che non si possa inserire un "profilo scientifico" se non tramite l'indicazione del settore scientifico-disciplinare. Tuttavia queste correzioni rischiano di essere del tutto inutili, dato che il percorso di ricercatore a tempo determinato viene completamente rivisto. E' previsto infatti che i contratti da ricercatori a tempo determinato siano divisi in due tipologie: la prima, senza tenure-track (contratti da 1 a 3 anni) e quindi senza alcuna garanzia; la seconda con "vera" tenure-track. Ma a questa seconda tipologia può accedere solamente chi ha usufruito 3 anni nella prima tipologia o in anaologhi contratti all'estero o in contratti legge Moratti (vergognoso, dato i modi con cui vengono banditi e assegnati tali contratti!). In pratica per accedere ai contratti con tenure-track non conta il merito ma la mera anzianità.
Ma il problema principale, a parte uno spezzettamento e allungamento del precariato, è che verosimilmente gli atenei bandiranno tanti concorsi nella prima tipologia e pochissimi concorsi nella seconda, rendendo ancora più incerto il precariato.
Questo l'emendamento:

«Art. 18.
(Ricercatori a tempo determinato)
1. Per svolgere attivita` di ricerca, di didattica, di didattica integrativa e di servizio agli studenti, le universita` possono stipulare contratti di lavoro subordinato a tempo determinato. Il contratto stabilisce altresı`, sulla base dei regolamenti di ateneo, le modalita` di svolgimento delle attivita` di didattica, di didattica integrativa e di servizio agli studenti nonche´ delle attivita` di ricerca.
2. I destinatari sono scelti mediante procedure pubbliche di selezione disciplinate dalle universita` con regolamento ai sensi della legge 9 maggio 1989, n. 168, nel rispetto dei principi enunciati dalla Carta europea dei ricercatori, di cui alla Raccomandazione della Commissione delle Comunita` europee n. 251 dell’11 marzo 2005, e specificamente dei seguenti criteri:
a) pubblicita` dei bandi sul sito dell’ateneo e su quelli del ministero e dell’unione europea; specificazione del settore concorsuale e di un eventuale profilo esclusivamente tramite indicazione di uno o piu` settori scientificodisciplinari; informazioni dettagliate sulle specifiche funzioni, sui diritti e i doveri e sul relativo trattamento economico e previdenziale;
b) ammissione alle procedure dei possessori del titolo di dottore di ricerca o titolo equivalente, ovvero, per i settori interessati, del diploma di specializzazione medica, nonche´ di eventuali ulteriori requisiti definiti nel regolamento di ateneo, con esclusione dei soggetti gia` assunti a tempo indeterminato come professori universitari di prima o di seconda fascia o come ricercatori, ancorche´ cessati dal servizio. E` richiesto il superamento di una prova di adeguata conoscenza di almeno una lingua straniera;
c) valutazione delle pubblicazioni scientifiche e del curriculum complessivo dei candidati, con attribuzione di un punteggio numerico accompagnato da sintetica motivazione per ciascuno dei titoli e delle pubblicazioni presentati dai candidati secondo parametri e criteri definiti con decreto del Ministro;
d) formulazione della proposta di chiamata da parte del dipartimento con voto favorevole della maggioranza assoluta dei professori di prima e di seconda fascia e approvazione della stessa con delibera del consiglio di amministrazione.
4. I contratti hanno le seguenti tipologie:
a) contratti di durata compresa tra uno e tre anni, rinnovabili previa positiva valutazione delle attivita` didattiche e di ricerca svolte, effettuata sulla base di modalita`, criteri e parametri definiti con decreto del ministro; i predetti contratti possono essere stipulati con il medesimo soggetto, anche in sedi diverse, per un periodo complessivamente non superiore a cinque anni;
b) contratti triennali non rinnovabili, riservati a candidati che hanno usufruito per almeno tre anni, anche non consecutivi e in sedi diverse, dei contratti di cui alla lettera a), ovvero di analoghi contratti in atenei stranieri.
5. I contratti di cui al comma 4, lettera a), possono prevedere il regime di tempo pieno o di tempo definito, con un impegno annuo complessivo per lo svolgimento delle attivita` di didattica, di didattica integrativa e di servizio agli studenti, pari rispettivamente a trecentocinquanta ovvero duecento ore. I contratti di cui alla lettera b) sono stipulati esclusivamente con regime di tempo pieno.
6. Nel terzo anno di contratto di cui al comma 4, lettera b), l’universita` valuta il titolare del contratto stesso, che abbia conseguito l’abilitazione scientifica di cui all’articolo 14, ai fini della chiamata nel ruolo di professore associato, ai sensi dell’articolo 15. In caso di esito positivo della valutazione, il titolare del contratto, alla scadenza dello stesso, e` inquadrato nel ruolo dei professori associati. Le procedure si svolgono in conformita` agli standard qualitativi individuati con apposito regolamento di ateneo nell’ambito dei criteri fissati con decreto del Ministro. La programmazione di cui all’articolo 15, comma 2, assicura la disponibilita` delle risorse necessarie in caso di esito positivo della procedura di valutazione. L’espletamento del contratto costituisce titolo preferenziale nell’ammissione ai concorsi nelle pubbliche amministrazioni.
7. Dalla data di entrata in vigore della presente legge e fino al 31 dicembre del sesto anno successivo, le procedure di cui al comma 6 possono essere utilizzate per la chiamata nel ruolo di professore di prima e seconda fascia di professori di seconda fascia e ricercatori a tempo indeterminato in servizio nell’universita` medesima, che abbiano conseguito l’abilitazione scientifica di cui all’articolo 14. A tal fine le universita` possono utilizzare le risorse corrispondenti fino alla meta` dei posti disponibili di professore di ruolo. A decorrere dal settimo anno l’universita` puo` utilizzare le risorse corrispondenti fino alla meta` dei posti disponibili di professore di ruolo per le chiamate di cui al comma 6. Ai procedimenti di cui al presente comma e` data pubblicita` sul sito dell’ateneo.
8. Si applicano le disposizioni di cui all’articolo 16, comma 8.
9. Il trattamento economico spettante ai destinatari dei contratti di cui al comma 4, lettera a) e` pari al trattamento iniziale spettante al ricercatore confermato a seconda del regime di impegno. Per i titolari dei contratti di cui al comma 4, lettera b), il trattamento annuo lordo onnicomprensivo e` pari al trattamento iniziale spettante al ricercatore confermato a tempo pieno elevato fino a un massimo del trenta per cento.
10. I contratti di cui al presente articolo non danno luogo a diritti in ordine all’accesso ai ruoli dei soggetti di cui al comma 1.
Conseguentemente:
all’articolo 22, dopo il comma 3, inserire il seguente:
«3-bis. Le disposizioni di cui all’articolo 18, comma 4, lettera b) si applicano altresı` a coloro che hanno usufruito dei contratti stipulati ai sensi dell’articolo 1, comma 14, della legge n. 230 del 2005».
Sostituire il comma 8, con il seguente:
«8. Fino all’anno 2015 la laurea magistrale o equivalente, unitamente ad un curriculum scientifico professionale idoneo allo svolgimento di attivita` di ricerca, e` titolo valido per la partecipazione alle procedure pubbliche di selezione relative ai contratti di cui all’articolo 18».

sabato 17 luglio 2010

E ORA FALLO!!!!!!



In una intervista Maria Stella Gelmini si rende finalmente conto che il pensionamento a 65 anni dei prof universitari è l'unica strada per riequilibrare il sistema universitario italiano dal punto di vista dei bilanci e dell'età di ingresso nei ruoli accademici!!!! http://www.stampa.cnr.it/RassegnaStampa/10-07/100717/SVEST.tif

Bene, è quindi il momento che il suo Governo si attivi per ripresentare questa proposta (già avanzata dal PD e bocciata in commissione) sulla quale non può che trovare un ampio e bipartisan consenso.

Nella stessa intervista non manca di bollare chi protesta come il solito manipolo di facinorosi...
A tal proposito, una rete trasversale di coordinamenti e associazioni ha promosso una petizione per contestare il documento CRUI sull'ope legis per i ricercatori strutturati che vogliono diventare prof associati per mera anzianità.

sabato 10 luglio 2010

LA FINE (Forse)

Ultim'ora dal Sole24Ore:

Tra le novità dell'ultima ora approvate in tarda serata Commissione spuntano anche la possibilità di derogare al numero massimo di alunni che comporranno le classi delle scuole e degli istituti di ogni ordine e grado in presenza di alunni con disabilità. I professori universitari prossimi alla pensione potranno restare a ruolo per altri tre anni, presentando apposita istanza entro il prossimo 1° novembre 2010. I compensi saranno pari a quanto avrebbero preso di pensione e saranno a carico delle Università.

Se la notizia fosse confermata (il resoconto dei lavori in commissione non è aggiornato sul sito del Senato, dato che oggi è sabato) sarebbe la fine. Se è vero, occorre una mobilitazione straordinaria a tutti i livelli. Non arrendiamoci.

Ore 00:35. Piccola speranza: il sito del TG1 (non ridete, c'è da piangere) riporta:

"I professori universitari prossimi alla pensione, che prestano servizio nelle università private, potranno restare a ruolo per altri 3 anni, presentando richiesta entro il primo novembre. I compensi saranno pari all'assegno di pensione e a carico delle Università."

Secondo questa interpretazione, la norma non varrebbe dunque per le università pubbliche. Stiamo a vedere cosa succede.

mercoledì 7 luglio 2010

L'occasione perduta del DDL e i ricercatori precari


E' apparsa ieri sul sito del quotidiano La Repubblica una lettera aperta sottoscritta da professori italiani di fama internazionale sul DDL governativo di riforma del sistema universitario attualmente in discussione in Parlamento.


La lettera offre una critica costruttiva del progetto di riforma, individuando alcuni punti dolenti del disegno di legge sui quali anche l'Associazione dei Precari della Ricerca da tempo mette l'accento:

- la sovra-regolamentazione dall'alto e il rischio conseguente di compromettere l'autonomia di governo delle università;

- la centralizzazione dei processi decisionali nelle università, a beneficio esclusivo dei rettori e a scapito dell'autonomia e del protagonismo delle unità di ricerca di base;

- lo scarso peso dato alla valutazione come criterio-guida nella distribuzione dei finanziamenti pubblici alle università.

La riduzione degli spazi di autonomia dei dipartimenti e delle unità di ricerca di base ha conseguenze dannose innanzitutto per i ricercatori non strutturati precari che in queste strutture possono far sentire la propria voce e far pesare i risultati scientifici conseguiti a livello individuale e di gruppo.

Inoltre, come già più volte evidenziato, il DDL introduce meritoriamente un percorso tenure-track di accesso alla docenza universitaria, ma lo fa in modo vago e ambiguo, non fondandolo su solide basi meritocratiche e non garantendo i futuri ricercatori a tempo determinato di un'effettiva autonomia scientifica e di carriera.

Infine, i lavori della Commissione Cultura in Senato hanno peggiorato l'originario DDL del governo, introducendo obsolete corsie preferenziali di accesso alle due fasce della docenza universitaria per ricercatori e professori associati in ruolo.

Le criticità e le debolezze del DDL minano alla base le intenzioni riformatrici che presiedono al progetto governativo di riforma del sistema universitario e rischiano di vanificare ancora una volta la speranza che l'Italia diventi finalmente un paese"normale" in questo settore di rilevanza strategica.

giovedì 24 giugno 2010

Emendamenti in corso 1 / elezioni commissari



Stanno per essere votati in commissione Bilancio al Senato gli emendamenti alla manovra economica.

Cercheremo di dare conto di quelli piu'interessanti per i precari della ricerca, e invitiamo tutti coloro che vogliono "fare lobby" ad attivarsi con ogni mezzo per spingere l'approvazione di questi emendamenti.

Partiamo da uno di immediata ricaduta sui concorsi in atto

nr 9.359

Ceruti, Rusconi, Garavaglia, Franco et al...


Questo emendamento introduce il sorteggio integrale fra tutti i prof ordinari afferenti al SSD (e a quelli affini, in caso di carenza) per comporre le commissioni d'esame nei concorsi. In pratica, nessuna elezione preliminare di eletti tra i quali, poi, sorteggiare i commissari, e quindi un risparmio notevole di tempo (che e'anche denaro) per procedere con i concorsi. Esistono settori dove i prof non vanno a votare, dove si deve ricorrere ad olte 5 elezioni suppletive per compilare le liste di sorteggiabili, e questo ha provocato un rallentamento incredibile in quei pochi concorsi banditi fin qui.

E' quindi estremamente importante per chi e'interessato che i concorsi si svolgano in tempi ragionevoli (e chi piu'dei precari?) che si passi al sorteggio integrale abolendo un metodo lento, bizantino e farraginoso che poi, in molti casi, diventa comunque un sorteggio integrale.

venerdì 18 giugno 2010

Alla ricerca dei posti perduti....



Manuela Ghizzoni, deputata PD, ha depositato una interrogazione per chiedere conto dei 200 posti finanziati con i famosi fondi Mussi nel lontano 2007 e distribuiti alle Universita' nel 2008, ma ancora non banditi.

Andrebbe chiarito che intende fare il Ministero con quelle Universita' che per vari motivi si ostinano a non bandire: la logica vorrebbe che i soldi venissero redistribuiti fra quelle Universita' che ancora possono bandire, ricordando che quei soldi sono stati stanziati al preciso scopo di assumere nuovi ricercatori.

Ogni altro utilizzo di quei fondi sarebbe l'ennesimo abuso compiuto sulla pelle dei giovani ricercatori....

mercoledì 9 giugno 2010

Il ritorno della STASI


Quanto sopra e' ricavato da un documento ministeriale che "proietta" l'effetto dei vari provvedimenti finanziari sul comparto Universita' fino al 2012, pervenutoci dal servizio segreto della DDR, al solito. A colpo d'occhio permangono pesanti tagli al FFO, come del resto gia' avveniva PRIMA dell'ultima manovra. Certo e'che con un FFO di poco piu' di 6 miliardi la sostenibilita' finanziaria del sistema e' del tutto compromessa. MIUR, CRUI, tutti evidentemente sanno, ma per ora tutti egualmente tacciono....

sabato 5 giugno 2010

La manovra e le sue conseguenze



Finalmente e' disponibile una versione ufficiale (sebbene provvisoria, perche' il DL verra' modificato da Camera e Senato) della manovra correttiva.
Per il settore Universita' e Ricerca segnaliamo
1) La permanenza dei tagli al FFO, senza nessuno dei prospettati "reintegri" anticipati nelle bozze provvisorie. Niente trippa, anzi, sempre meno.
2) Un taglio del 50% ai contratti. Nell'attesa di capire se borse o assegni rientrino in questa tagliola, per certo cococo, cocopro, contratti di docenza subiranno un taglio netto. Diminuiranno come numero, oppure saranno semplicemente pagati la meta'? 
3) Blocco del turnover: per gli Enti di ricerca potranno essere coperte solo il 20% delle cessazioni di servizio, per l'Universita' per ora tutto resta com'era, ovvero blocco al 50%.
4) Blocco degli scatti stipendiali, che per il bizzarro e iniquo sistema in uso avra' come effetto una penalizzazione enorme dei ricercatori neoassunti (sempre che alla fine ce ne siano, visto che i concorsi escono col contagocce). Infatti per i nuovi assunti il blocco comportera' una permanenza nella fascia di poverta' (come certifica l'ISTAT) per ben 3 anni ed una perdita di stipendio superiore al 25%, mentre per i ricercatori, associati e ordinari un sacrificio molto piu' limitato (intorno al 5-6%). Ma la filosofia e' nota: agli zoppi, pedate negli stinchi...
5) Soppressione di enti definiti inutili: in molti casi si tratta di enti di ricerca che verranno ricollocati in ministeri o enti assistenziali, dove e' notorio che NON si fa ricerca. Cosi' i precari verranno licenziati, e i ricercatori si metteranno a timbrare carte.
Ma noi non ci allarmiamo: il Parlamento sapra' sicuramente fare di meglio...

mercoledì 26 maggio 2010

Ministero dell'Economia: "Nulla cambia per l'Università" sul turn-over ... No, come non detto.

E' giallo sull'eliminazione del documento sul sito del Ministero dell'Economia

In un incredibile ricorrersi di voci, che vanno dal blocco totale a quello parziale per l'Università, alimentate dall'assenza del testo approvato ieri in Consiglio dei Ministri (su cui verosimilmente si sta ancora lavorando), l'unico documento che poteva avere qualcosa di "ufficiale" avrebbe era quello presente sul sito del Ministero dell'Economia all'indirizzo
e ben evidenziato nella home-page.

In particolare segnaliamo questi passaggi del suddetto documento:

Trattamento economico pubblici dipendenti.
[...] "Per il personale non contrattualizzato (magistrati, militari e forze dell’ordine, diplomatici, prefetti, professori universitari) sono congelati per il triennio 2011-13 gli automatismi retributivi e le progressioni automatiche di carriera, con deroghe per l’università". [e qui si spera che si abbia in mente, per esempio, la situazione dei ricercatori non-confermati piuttosto che quella dei professori ordinari ...]

Turn over
L’attuale regime di turn over limitato del personale viene prorogato per due anni. Nulla cambia per l’università.

Nessuna deroga, purtroppo per gli enti di ricerca, almeno stando al documento ministeriale (segnaliamo, a tal proposito, questa lettera di protesta al Governo dei Presidenti degli enti di ricerca).
Sarebbe invece confermato, sia per università che per enti di ricerca (e per tutta la pubblica amministrazione) il taglio del 50% (rispetto a quanto speso nel 2009) su contratti a tempo determinato e co.co.co.

D'altronde la decisione, che auspichiamo, di escludere l'università dal blocco del tunr-over avrebbe una sua "logica", dato che molte università non riusciranno a soddisfare il requisito di manternere il rapporto AF/FFO al di sotto del 90% e quindi non potranno comunque procedere ad assunzioni. Questo a causa dei tagli sul Fondo di Finanziamento Ordinario e dell'aumento delle spese per il personale con l'aumentare dell'età media dei docenti in servizio (anche per questo sarebbe il caso di prendere in considerazione la proposta del PD di pernsionamento a 65 anni dei professori universitari).

Ma, circa un'ora dopo della pubblicazione su questo blog del documento del Ministero dell'Economia, alle 23.30 circa il MEF ha cancellato il file dal suo sito internet.
Se ne deve dedurre che tutto è di nuovo in discussione?
Ma in quale Paese con un minimo di serietà si approva in Consiglio dei Ministri una bozza in continuo cambiamento?
Per quale motivo inizialmente il Ministero dell'Economia aveva posto ben in evidenza sul suo sito il documento con le misure (per grandi linee, mica nel dettaglio!) contenute del decreto-legge, e poi dopo la pubblicazione della notizia su questo blog ha cancellato il documento?

Ad ogni modo, grazie alla prontezza degli utenti di questo blog, siamo riusciti a recuperare questi documenti, che si possono trovare ai seguenti link:

Saranno i giovani a pagare la crisi?

Si è tenuto ieri il Consiglio dei Ministri che ha dato il via libera "con riserva" della manovra correttiva.

Dalle bozze e dalle indiscrezioni che circolavano nei giorni scorsi sembrava profilarsi una stangata per l'università e la ricerca italiana, e in particolare per i precari a causa del paventato blocco del turn-over.

Stamattina un'agenza dell'ANSA sembra accendere qualche speranza, anche se il modo in cui è scritta lascia molti dubbi:

"- INSEGNATI SOSTENGO. Congelato l'organico. Non ci sarà il blocco del turn over per l'Università".

Non è chiara la correlazione tra "insegnanti di sostego" e "blocco del turn-over per l'università" (per gli insegnanti di sostegno?). Nè è chiaro cosa significhi la frase "non ci sarà blocco del turn over per l'università": turn over al 20%, al 50% o al 100%? Con le quote previste dal decreto-legge 180?

Probabilmente sarà necessario attendere il testo del Decreto-legge sulla Gazzetta Ufficiale per capire cosa accadrà.

Nel frattempo segnaliamo la petizione lanciata dal Coordinamento Giovani Accademici contro i tagli e in particolare contro il blocco del turn-over nell'università.

sabato 22 maggio 2010

Promozioni di massa e difesa della gerontocrazia. L’esito disastroso dei lavori della Commissione Cultura al Senato



Nei giorni scorsi, si è assistito alla mobilitazione dei ricercatori “strutturati” che protestano contro il DDL Gelmini, attualmente in discussione nella Commissione Cultura del Senato. La mobilitazione si è distinta per la strumentalizzazione del tema della “precarietà”, fingendo di preoccuparsi per le sorti dei ricercatori precari, ma in realtà impegnata esclusivamente a promuovere gli interessi di una categoria, peraltro già garantita. I ricercatori strutturati a parole giudicano “inemendabile” il DDL Gelmini, ma poi contrattano corsie preferenziali di avanzamento in ruolo sulla base del riconoscimento del “carico didattico” e indipendentemente dalla valutazione dei meriti scientifici di ognuno. 

Ma ciò che più preoccupa è il riscontro che tali rivendicazioni hanno ricevuto in Senato. La Commissione Cultura ha sostanzialmente accolto le richieste dei ricercatori, riservando loro la possibilità di essere promossi direttamente a professori associati, e a questi ultimi di essere promossi a professori ordinari, previo ottenimento di un’abilitazione nazionale per la quale – è bene sottolinearlo – né il DDL né altro orientamento governativo e della maggioranza parlamentare hanno finora previsto criteri di valutazione a garanzia di rigore e selezione secondo parametri internazionali. 

Al tempo stesso, la Commissione del Senato ha respinto un emendamento dell’opposizione che prevede il pensionamento di quei professori che all’età di 65 anni abbiano maturato 40 anni di anzianità contributiva. Tale misura consentirebbe di liberare importanti risorse da destinare in particolare al reclutamento di nuovi ricercatori. Va sottolineato che,  contrariamente ai senatori Livi Bacci e Rusconi che hanno votato a favore, le senatrici del PD Vittoria Franco, Maria Pia Garavaglia e Anna Maria Serafini hanno votato insieme agli esponenti della maggioranza in Commissione contro la proposta di emendamento presentata dal loro stesso gruppo parlamentare. Un vero e proprio suicidio politico, in contraddizione con l’orientamento espresso dal Partito Democratico, che negli stessi giorni aveva avanzato pubblicamente la proposta di pensionamento a 65 anni su iniziativa di Maria Chiara Carrozza, Responsabile del Forum Università Saperi e Ricerca del partito.

Le modifiche al DDL introdotte dalla Commissione Cultura del Senato delineano uno scenario preoccupante per il futuro dell’università, la quale rischia di chiudersi in se stessa in un momento in cui le sfide della globalizzazione e le turbolenze economiche in corso impongono invece un rinnovamento sostanziale, favorendo l’ingresso di nuove forze e un effettivo ringiovanimento degli organici. Al contrario,  gli orientamenti emersi dal lavoro della Commissione profilano un’indiscriminata promozione in ruolo ope legis per ricercatori strutturati e professori associati e di pari passo confermano l’anomalia dell’Italia rispetto agli altri paesi europei con professori in servizio fino ai 70 anni e oltre. 

Per altro verso, la Commissione non ha affrontato le criticità del DDL in materia di reclutamento e accesso alla carriera universitaria: non si è consolidata l’istituzione della tenure-track per i ricercatori a tempo determinato, che rimane vaga se non illusoria in quanto vincolata a esigenze di bilancio, anziché di merito scientifico come dovrebbe essere, e per di più si è eliminata la possibilità di reclutare ricercatori a tempo determinato mediante procedure innovative di selezione gestite dal Ministero, così come previsto nella versione originaria del DDL.

Nella sostanza, sembra di assistere al remake di una storia già vista, dagli esiti prevedibili quanto disastrosi. Anche l’approvazione della legge 382 del 1980, l’ultima legge-quadro di riorganizzazione del sistema universitario cui la legge che scaturirà dal DDL in discussione dovrebbe subentrare, fu portata a compimento demagogicamente in nome della “lotta alla precarietà”, snaturando l’originario progetto riformatore (che ridisegnava l’università italiana sul modello statunitense), salvo poi produrre intere generazioni di precari, compresa quella attuale, perché le assunzioni e le promozioni di massa ebbero l’effetto di bloccare per decenni il reclutamento, creando organici permanentemente squilibrati su alcune classi d’età (gli attuali over 60). 

I problemi di precarietà e carriere bloccate che affliggono l’università devono essere superati, non ricorrendo a provvedimenti corporativi di stabilizzazione e promozione di massa, ma introducendo un sistema aperto e competitivo di reclutamento e avanzamento in ruolo basato sulla valutazione del merito scientifico individuale, sulla responsabilizzazione delle università e sulla valutazione ex post dei risultati. Per questa ultima, si deve notare come pure emergano orientamenti poco promettenti a livello tanto ministeriale quanto politico e parlamentare: si dice che addirittura soltanto il 3% o al massimo il 7% del Fondo di Finanziamento Ordinario sarà allocato su base premiale ai dipartimenti (o, peggio, agli atenei) più produttivi scientificamente. 

L’esito disastroso dei lavori della Commissione e gli altri orientamenti che emergono dal dibattito politico-parlamentare rischiano di vanificare la speranza che l’Italia diventi un paese finalmente “normale” in un settore di rilevanza strategica nell’attuale società della conoscenza come l’università e la ricerca. L’Associazione Precari della Ricerca Italiani (APRI) si augura, pertanto, che nelle prossime fasi di discussione e approvazione il Parlamento sappia migliorare in senso realmente riformatore il DDL Gelmini, evitando di sprecare un’occasione irrepetibile per il rinnovamento e il rilancio del sistema universitario italiano.

giovedì 20 maggio 2010

Gelmini: a parole per il ricambio generazionale, nei fatti al fianco dei baroni

E' finalmente disponibile il resoconto sommario della seduta della Commissione Cultura del Senato in cui, tra le altre cose si è discusso, dell'emendamento del PD a favore del livellamento dell'età pensionabile dei docenti universitari alla prassi degli altri Paesi Europei, cioè 65 anni.
Riportiamo integralmente il resoconto, tratto dal sito del Senato, da cui si evince in particolare il parere contrario del Governo, rappresentato dal Sottosegretario Pizza.

Non più di qualche mese fa (30 Novembre 2009) a Udine il Ministro Gelmini ha dichiarato "le richieste di abbassamento dell'età pensionabile sono sacrosante". "Ci stiamo lavorando insieme al Ministro Brunetta".
Ma è bene ricordare anche alcune altre precdeenti dichiarazioni, altrettanto pompose: "dobbiamo cercare di svecchiare, favorendo il ricambio generazionale e l'ingresso di nuovi ricercatori, in modo che non siano costretti ad andare all'estero per poter lavorare" (4 Aprile 2009). "C'è bisogno di un ricambio generazionale" (24 Giugno 2009). "La riforma dell'università punterà sul ricambio generazionale, sull'apertura ai giovani" (29 Settembre 2009).

Ma quando si è trattato di passare dalle parole (puntualmente riportate dai giornali) ai fatti (puntualmente NON riportati sui giornali), il Ministro Gelmini evidentemente non si è ricordato dei suoi buoni propositi ed il Governo, come del resto i senatori di maggioranza in Commissione Cultura, si sono schiesati CONTRO l'abbassamento dell'età pensionabile e l'aperutra ai giovani.

Di seguito il resconto della seduta, in cui si evidenzia anche il voto non-favorevole delle Senatrici Maria Pia Garavaglia, Vittoria Franco e Anna Maria Seafini, in dissenso rispetto all'orientamento del loro stesso partito (PD).

Il relatore VALDITARA (PdL) esprime parere contrario sugli emendamenti 13.2 (testo 2), 13.4, 13.5 e 13.0.1 [...]. Il sottosegretario PIZZA esprime parere conforme a quello del relatore ad eccezione del 13.3, che invita a riforumulare [...].
Con riferimento al 13.2 (testo 2) interviene il senatore RUSCONI (PD) il quale osserva che esso si pone in linea con quanto dichiarato del ministro Gelmini. L'Italia ha infatti la classe docente più anziana d'Europa, per cui l'emendamento consente il collocamento a riposo dei professori al sessantacinquesimo anno d'età, ferma restando la possibilità di stipulare contratti con le università e di essere titolari di progetti di ricerca. Ciò al fine di permettere agli atenei la scelta sul personale da mantenere in servizio, dando un segnale positivo alle nuove generazioni, senza recare ulteriori oneri. Dichiara quindi il voto favorevole a titolo personale, ribadendo che si tratta di una opportunità in più consentita alle università.
La senatrice Vittoria FRANCO (PD) interviene in dissenso per dichiarare il voto contrario sull'emendamento. L'elevata anzianità della classe docente è infatti a suo giudizio dovuta al blocco del reclutamento ed ai limiti posti al turn over a fronte dei tagli. Ritiene pertanto nient'affatto scontato pensare che gli atenei, collocando a riposo i docenti a sessantacinque anni, assumano automaticamente giovani. Paventa perciò il rischio di uno svuotamento dell'università.
Il senatore LIVI BACCI (PD) tiene a precisare che, in virtù dell'emendamento, i docenti possono comunque essere assunti con contratto ed accedere ai fondi di ricerca, con autonomia più ampia essendosi liberati dagli oneri della didattica. Osserva altresì che il comma 6 impone che i punti organico e il corrispondente finanziamento liberato dal collocamento a riposo siano impiegati per il reclutamento, onde a favorire il ricambio. Dichiara quindi il proprio voto favorevole.
Il senatore ASCIUTTI (PdL) manifesta un certo disagio per il contenuto dell'emendamento, atteso che abbassare l'età pensionabile di persone qualificate potrebbe rappresentare un'offesa per la nostra cultura. Invita dunque a ritirare la proposta, onde non scadere nella facile demagogia.
Il relatore VALDITARA (PdL) sottolinea la distinzione tra i costi per l'università e quelli per lo Stato, rilevando che l'emendamento effettivamente alleggerisce il peso economico per gli atenei, spostandolo tuttavia sullo Stato. Rammenta altresì che in un contesto di generale innalzamento dell'età pensionabile può risultare improprio proporre addirittura un abbassamento, tanto più che le università si priverebbero di personale senza poterne assumerne dell'altro, data la scarsità di risorse. Ritiene peraltro che i docenti universitari stiano già compiendo molti sacrifici, tra cui ad esempio la triennalizzazione degli scatti e l'eliminazione degli automatismi stipendiali, per cui non sarebbe a suo avviso corretto privare le università di tale bagaglio di esperienza.
La senatrice Mariapia GARAVAGLIA (PD) interviene in dissenso, ricordando il contesto generale riguardante l'età pensionabile. In proposito giudica più corretto che i professori universitari possano andare in pensione a settant'anni come peraltro accade per i primari ospedalieri. Nel dichiarare quindi la propria astensione osserva che il dibattito sul collocamento a riposo è risalente. Puntualizza altresì che, qualora un docente andasse in pensione a sessantacinque anni ma mantenesse la titolarità di progetti di ricerca, graverebbe ugualmente sugli atenei.
La senatrice Anna Maria SERAFINI (PD) segnala lo scarto esistente tra il basso tasso demografico e l'elevato invecchiamento della popolazione, a cui si aggiunge una generalizzata svalorizzazione dell'età avanzata. Si dichiara quindi concorde sull'idea di ampliare le possibilità ai giovani purché ciò non significhi eccedere nel giovanilismo. Invita poi a considerare che l'età non è affatto un ostacolo nel rapporto docente e discente. Dissente conclusivamente dall'emendamento.
Posto ai voti, l'emendamento 13.2 (testo 2) non è approvato.

martedì 18 maggio 2010

Largo ai giovani, ci vuole uno shock generazionale

Segnaliamo l'ampio spazio dedicato dal quotidiano "La Stampa" all'emendamento del Partito Democratico di abbassare a 65 anni l'età di pensionamento dei docenti universitari, che riprende quasi integralmente una delle proposte dell'Apri e della VIA-Academy presentate alle forze politiche in occasione dell'avvio della discussione in Senato del DDL di riforma dell'università.

In particolare, condividiamo l'intervento di Maria Chiara Carrozza che scrive: "In una situazione di crisi non accetto che i sacrifici siano tutti e soli da parte dei giovani. Anche gli ultrasessantenni devono fare la loro parte".

Ora vedremo se alla prova dei fatti il Ministro Gelmini che, finora solo a parole, ha spesso parlato del problema del ricambio generazionle nelle università, sarà conseguente e farà porre al Governo "parere favorevole" all'emendamneto del PD. D'altra parte se questo non dovesse avvenire, il sistema universitario italiano andrebbe al collasso nel giro di pochi anni. Si stima che già negli anni a venire, a parità di FFO e senza ulteiori nuovi ingressi, la spesa in stipendi supererà l'intero ammontare dell'FFO. Una situazione insostenibile, dovuta al fatto che gli stipendi sono legati essenzialmente all'anzianità di servizio e stiamo oggi pagando il prezzo degli ingressi sconsiderati via ope-legis degli anni '80.

Quindi l'emendamento del PD, oltre che giusto, è addirittura necessario. Esso, però, sarebbe inutile se verrà posto, come certe, più o meno confuse, indiscrezioni di stampa farebbero capire, il blocco alle assunzioni nell'università. Allora sì che il prezzo della crisi sarà pagato esclusivamente dai giovani.

martedì 11 maggio 2010

DI FRONTE ALL'ABISSO: un invito di APRI al Governo


L'INCERTEZZA REGNA SOVRANA, SI PAVENTA UN BLOCCO DELLE ASSUNZIONI NELLA PUBBLICA AMMINSTRAZIONE CHE COLPIREBBE A MORTE LE SPERANZE DI UNA GENERAZIONE DI GIOVANI PRECARI.

NONOSTANTE LE ANSIE E' COMUNQUE DOVEROSO MANTENERE LA LUCIDITA', CONTINUARE A RAGIONARE E A PROPORRE SOLUZIONI.

DI SEGUITO PUBBLICHIAMO L'INVITO CHE APRI RIVOLGE AL GOVERNO.


l’APRI (Associazione dei Precari della Ricerca Italiani) chiede di voler superare, per l’accesso agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni, il modello del pubblico concorso. In molti Paesi occidentali, infatti, le Università reclutano i propri docenti in base a selezioni private, compiute dai Dipartimenti di competenza, tra coloro che hanno risposto ad annunci internazionali (applicants). Un comitato - formato ad hoc dal Dipartimento che ha offerto la posizione - esamina le domande degli applicants, compie rapidamente una prima selezione (short list), e quindi invita per un seminario e colloquio (interview) i candidati rientranti in tale lista ristretta. In genere, al candidato vincente viene offerta la posizione nel giro di poche ore o, al massimo, di un alcuni di giorni; se non accetta, la posizione viene offerta al candidato secondo classificato, e così via. In alcuni casi, però, può accadere che, secondo il comitato, non ci siano candidati adeguati alla posizione, e quindi l'annuncio venga ripetuto.

Questo modello funziona bene perché, in tali Paesi, è attivo un sistema di valutazione della produzione scientifica, e sono previste sanzioni, non solo per i docenti immeritevoli, ma anche per chi li ha selezionati, e per il Dipartimento di appartenenza. Dunque, diviene conveniente selezionare il candidato migliore. Risulta evidente, inoltre, che tale modello più avanzato, di chiamata diretta responsabile, sarebbe esportabile in qualsiasi ramo della pubblica amministrazione, in cui fosse attivo un sistema di valutazione del rendimento dei dipendenti. In Italia, tuttavia, per consentire il reclutamento mediante chiamata diretta responsabile nelle pubbliche amministrazioni, sarebbe necessaria una modifica dell’art.97, co.3, della Costituzione. In particolare, l’APRI propone la seguente bozza eventuale di comma terzo, dell’art.97 Cost.:

“Salvo i casi eccezionali stabiliti dalla legge per straordinarie e peculiari esigenze, agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, oppure tramite chiamata diretta da parte dell’amministrazione interessata, con la previsione, nei confronti dei soggetti chiamanti, di sanzioni effettive, proporzionate e dissuasive, per la selezione di soggetti chiamati che, secondo la valutazione di un’apposita agenzia terza ed indipendente, avranno dato prova di un rendimento inadeguato.”.

A tal proposito, è importante chiarire che la nuova forma di responsabilità che si propone sarebbe - secondo la previsione costituzionale - personale e colpevole, e non oggettiva e per fatto altrui, in quanto si baserebbe sul paradigma della culpa in eligendo, il cui utilizzo è riconosciuto anche nel diritto penale.

La questione fondamentale, però, è che una responsabilità del chiamante, per il rendimento del soggetto chiamato in base ad una scelta errata, deve sussistere realmente, altrimenti la chiamata diretta (a questo punto irresponsabile) diventerebbe solo una fonte di abusi, se è possibile, ancora peggiori di quelli che, in questi anni, si sono perpetrati tramite il sistema concorsuale. È proprio per questo motivo che il rendimento del pubblico dipendente, soprattutto in un sistema di chiamata diretta responsabile, deve essere valutato da una agenzia terza ed indipendente.

Quindi, una legge ordinaria che consentisse, nel nostro Paese, la chiamata diretta responsabile, ad es., dei docenti universitari, – che poi è quello che a noi direttamente interessa - dovrebbe essere possibile solo dopo la realizzazione della piena operatività dell’ANVUR (Agenzia Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca): realizzazione che, con la presente, l’APRI Le chiede di voler finalmente attuare, senza dare ascolto a quella tesi secondo la quale la valutazione dei docenti dovrebbe essere di competenza dei rispettivi Atenei, introducendo così una perfetta coincidenza, tra controllori e controllati, sulla quale non pare minimamente necessario spendere parole di commento. D’altronde, la valutazione della produzione scientifica è l’elemento cardine, e sarebbe addirittura preferibile un sistema caratterizzato ancora dal modello concorsuale, ma dotato di una agenzia di valutazione pienamente efficiente, che non uno più avanzato di chiamata diretta (responsabile?), in cui, però, la valutazione risultasse concretamente ineffettiva.

Ultima cosa ma non meno importante, chiediamo di voler finanziare il reclutamento di almeno 2.000 ricercatori, con le nuove regole (da prorogare) del c.d. decreto Gelmini. Su tali nuove regole, infatti – che purtroppo, per una serie di ritardi, non sono state ancora messe alla prova dei fatti -, sono basate le speranze di tanti ricercatori precari scientificamente meritevoli. Anche le migliori regole di reclutamento, tuttavia, non servono a nulla in un sistema privo di finanziamenti, e le risorse messe a disposizione, a tal fine, dall’allora Ministro Mussi, per vari motivi, si sono ridotte ad una “manciata” di posti. Dunque, l’APRI chiede al Governo – che fin ora nulla ha fatto al proposito – di voler finanziare le sue stesse nuove regole meritocratiche, così evitando di destinare al macero, in modo cinico e spietato, un’intera generazione di precari, spesso eccellenti nelle materie di rispettiva competenza.

Del resto, sia il finanziamento di nuovi posti da ricercatore, che la proroga delle regole introdotte con il c.d. decreto Gelmini, risultano, in ogni caso, assolutamente necessari; ma, a fortiori, dovrebbero essere ritenuti tali, qualora - come noi fortemente auspichiamo - si decidesse di percorrere, soprattutto per quanto riguarda il reclutamento dei docenti universitari, la strada delle opportune modifiche costituzionali, invece di affidare il futuro dell’Università italiana al sistema di reclutamento dei docenti delineato dal d.d.l. di riforma, in questi giorni sottoposto al vaglio del Senato: d.d.l. che in tale parte, inevitabilmente, nasce già vecchio, in quanto, essendo limitato dall’attuale dettato costituzionale, non può che riproporre il superato modello del pubblico concorso.

domenica 2 maggio 2010

L'editoriale di Bogart. La Grecia è vicina.

In una piovosa domenica di maggio si fanno molte riflessioni. La prima riguarda i nostri cugini greci. Che c'azzecca la Grecia, direte voi? C'entra, e molto. Adesso deve fronteggiare una crisi economica terribile. Stamani il Premier greco, Papandreu (figlio), ha annunciato un piano di lacrime e sangue: taglio alla spesa pubblica di 30 miliardi di €, niente più tredicesime e quattordicesime sopra un reddito (piuttosto basso), in 4 anni riduzione del deficit di 11 punti %, più facili i licenziamenti nel settore privato. Saranno anni di lacrime e sangue.
La Grecia è un paese che ci assomiglia parecchio sotto tanti aspetti, in primo luogo culturali. Siamo entrambi paesi del Mediterraneo con una tendenza statalista e di welfare dispendioso e poco efficiente. In 6 anni (2004-2009) la Grecia ha accumulato 120 miliardi di deficit, essenzialmente di spesa pubblica. Il debito è al 140% del PIL. Ricorda qualcosa? Anche l'Italia ha un mostruoso debito ed una spesa pubblica che continua a crescere. Anche in Italia gli sprechi si moltiplicano ogni giorno, gli enti inutili da eliminare vengono allegramente confermati (ma le Provincie non andavano abolite?), i governi si avvicendano parlando di riforme e razionalizzazioni, ma non cambia mai niente; o meglio: aumentano i rivoli di spesa, con stratagemmi degln di miglior gloria. Quando arrivano i tagli, sono lineari e colpiscono tutti indifferenziatamente senza alcuna valutazione di merito o di successo.
In questo allegro contesto sguazza anche l'Accademia Italiana. Insieme agli Enti Locali, l'Università italiana si caratterizza come una delle voci di spesa pubblica più controverse. La missione dell'educazione universitaria è appunto universale: ed ecco subito comparire quasi 100 atenei e svariate sedi distaccate. L'accesso agli studi deve essere sempre garantito: ed ecco comparire fenomeni sconosciuti in altri paesi come studenti fuori corso per lustri a fronte di tasse universitarie ridicole e un sistema di diritto allo studio indecente. Come alcuni economisti hanno dimostrato, il sistema universitario italiano raggiunge il notevole scopo di pagare gli studi ai ricchi con i soldi dei poveri. E d'altronde molti nostri studenti sono alla ricerca del mitico pezzo di carta, che ha valore legale nel burocratico sistema di reclutamento statale; a questo si possono sommare ulteriori pezzi di carta, generati dalle scuole di specializzazione, gli esami di abilitazione alle professioni e via dicendo.
Vogliamo dei numeri, impietosi come sanno essere i numeri? Eccoli, dal rapporto CNSVU 2009.
1998: 49956 docenti (PO+PA+ric), di cui 13103 PO; 2009: 62709 docenti (+25%), di cui 18861 PO (+44%). Con i tecnici amministrativi siamo a circa 110000 unità di personale strutturato nell'Università. E gli stipendi corrono: nel 1998 si spendevano 4,320 miliardi di €, nel 2007 se ne spendevano 6,574 miliardi con un costo per strutturato/anno passato da 43000 € a 58600 € (+36%). Se andiamo a vedere i soli professori ordinari e fissiamo a 100 il loro costo nel 1997, nel 2007 si ha un costo di 183. Con un semplice calcolo si vede che le spese per assegni fissi erano nel 1997 l'82% del totale FFO erogato alle Università statali; nel 2007 siamo all'89%. Molte università si salvano dalla nefasta "quota 90" con lo scorporo dei docenti di medicina, che vengono contati nella spesa secondo una percentuale inferiore al loro costo totale. Ma il dato di fondo rimane: a che servono per la maggior parte i finanziamenti alle Università? A pagare il personale strutturato delle Università.
Ma magari, direte voi, è una buona idea trasformare l'Università italiana in un superliceo con foglio di carta del Magnifico Rettore come premio finale. Si? Vediamo qualche altro numero.
2007: su 1809192 iscritti, solo il 58.6% sono iscritti regolari (ovvero da un numero di anni non superiore agli anni di corso). Ma questo è un dato aggregato. Nel 2007/08 l'8% degli iscritti (che, ripeto, pagano tasse ridicole rispetto ad altri paesi) ha più di 35 anni, nel 2001 erano il 5,4%. Un altro 6.9% rientra (2007/08) nella categoria 30-35 anni.
E gli Atenei? Sono pronte le contromisure, non temete. 5835 corsi attivi nel 2008 (il 53% utile a conseguire la laurea di I livello e il 41% quella specialistica), mentre nel 2001 erano 3234 (+80%). Excellent. Vi sono ben 214 comuni italiani in cui si possono seguire corsi di laurea di 1° livello, 125 di laurea specialistica e 86 di laurea a ciclo unico. La figura allegata mostra dove si può studiare in Italia: dovunque. Comuni e enti locali ringraziano per l'indotto.

Ma questo "dovunque" non è sempre la stessa cosa. Secondo una tabella del CNSVU, le università dell'Emilia Romagna sono, complessivamente, 7 volte più attrattive di quelle della Puglia. Nel 2007/2008 alla Luiss il 59,3% degli immatricolati aveva ricevuto un voto compreso tra 90 e 100 alla maturità, al Politecnico di Bari si scende al 39,4%, a Macerata al 25,5%, a Teramo al 17,5%, e nell'Università dell'Insubria il 14,3%; tutte queste università hanno avuto un numero simile di immatricolati. Come dire: se devo pagare tanto (Luiss) occorre che sia davvero motivato agli studi; se supero un esame di ammissione (Politecnici), devo essere molto motivato. Per tutto il resto non c'è Mastercard, e ci si può iscrivere vicino casa, anche in Insubria.
Attenzione. Lungi da me pensare che l'accesso agli studi vada regolato per censo. No: occorre un sistema di incentivi/disincentivi (economici) che permetta a chi è bravo di frequentare l'università a costo zero e a chi stenta di pagare gli studi a chi è davvero motivato. Sfortunatamente, se quello che dico (e dicono in molti, peraltro) viene proposto da un qualsiasi ministro, direi che questo politico ha poche chances di finire la legislatura in carica.
Potrei andare avanti. Snocciolare ancora cifre che confermino quello che tutti hanno già sotto gli occhi: la liceizzazione dell'Università, il suo essere diventato sistema di Welfare per professori (specie ordinari, pensionabili dopo 70 anni con elevati stipendi maturati), e bivacco per molti studenti, la distorsione tra nord e sud e tra ricchi e poveri. Numeri come questi sono la comoda giustificazione di chi, a partire dal Governo attuale, vede nell'Università solo un sistema parassitario da smembrare a colpi di scure colpendo qua e là senza reale valutazione; un metodo che ha come unico effetto quello di esasperare le tensioni e fornire un comodo alibi a coloro che sguazzano allegramente nel distorto welfare universitario: "datece li sordi, ahò!"
E quindi, in una piovosa domenica di maggio, fa molta impressione vedere i ricercatori strutturati scendere i piazza per chiedere recinti protetti per la loro promozione di carriera in risposta ad un disegno di legge che per la prima volta -anche se in maniera non molto convincente- sposta l'attenzione sui giovani e sul merito. Dove era questa gente negli anni in cui si è avallato il malcostume del reclutamento coatto scaricato sui costi dello stato? A fare la consueta "fila" per la propria promozione certificata da concorsi taroccati?
E fa anche impressione sentire tanti precari chiedere a gran voce più soldi perchè più insegnamenti sono necessari, in nome della missione universale dell'Università italiana. Certo, più insegnamenti e più professori sono proprio quello che ci vuole, in effetti rimangono circa 8000 comuni ancora scoperti che saranno felici di accogliere ulteriori sedi distaccate e studenti fuori corso. E che dire infine della resistenza dei professori ad anticipare il proprio pensionamento per governare il transiente ed aiutare il reclutamento di giovani, si spera altrettanto bravi e motivati?
In un Paese in cui lo Stato è visto dalla maggior parte dei cittadini come una vacca da mungere sempre e comunque, in nome di interessi fondamentali, non stupisce che l'Università sia quella che è. Nell'attesa, forse non lunga, che anche il nostro Papandreu si presenti in televisione e ci mostri il salato conto da pagare.

sabato 1 maggio 2010

Scambio?



Il 29 aprile si e' svolta a Milano un'assemblea di ricercatori (precari e strutturati), che ha approvato la seguente mozione http://frondaprecaria.files.wordpress.com/2010/04/mozione-assemblea-milano-29-aprile-2010.pdf .
Alcune cose condivisibili, altre meno, ma in fondo e' sempre cosi' quando si fa una sintesi, no?
Infine, un punto che quelli che scrivono e commentano qua sopra criticheranno fortemente:

"la cancellazione delle previste misure di riduzione della presenza dei ricercatori e 

dei prof. associati nelle commissioni di concorso[...]"


Eh no! Intanto perche' ricercatori e prof associati adesso NON partecipano (salvo rare eccezioni, e menomale che son rare) alle commissioni di concorso. Poi perche' le commissioni "omogenee" per grado, solo ordinari,  sono al momento l'unica arma per limitare (un po') la ricattabilita' di commissari che vorrebbero far vincere i piu' capaci invece che i predestinati. E anche perche' questa richiesta da parte dei ricercatori di "tornare a contare" nelle commissioni di concorso sembra mirare a  partecipare al mercato delle vacche dove in cambio di una strizzata d'occhio si riceve, a tempo e modo, una ricompensa.