lunedì 30 agosto 2010
L'editoriale di Darth: "L'estate sta finendo"...
mercoledì 11 agosto 2010
NUOVO STATUTO DEL CNR: PRECARI OGGI, PRECARI DOMANI
sabato 31 luglio 2010
UNIVERSITA', RIFORMA EPOCALE: ABOLITI I PRECARI!

E' chiaro l'obiettivo politico di cancellazione della generazione dei ricercatori non strutturati sotteso dalla legge Gelmini.
Perché, altrimenti, non prevedere ALCUNA FORMA DI NORMA TRANSITORIA, che permetta a chi ha già maturato anni di ricerca ad alto livello (e sia in possesso di un curriculum adatto) di poter concorrere direttamente alle posizioni per il triennio tenure track, una volta acquisita l'idoneità nazionale (si noti che questo e' previsto solo per una particolarissima e ristrettissima categoria di precari storici, i TD ex legge Moratti... l'ennesima norma ad personam)?
La legge Gelmini, così come è concepita, RISOLVE IL PRECARIATO ABOLENDO I PRECARI e non lo fa selezionando per merito, ma eliminando dalla competizione proprio quelli che non hanno alternative, se non l'espatrio: quei ventimila ricercatori (ancora) giovani che hanno fin qui consentito di costruire un futuro per la qualità dell'insegnamento universitario e per la ricerca nazionale.
C'e' qualcuno, dentro il Parlamento, nella maggioranza e nell'opposizione, a cui ancora frega qualcosa del destino della cultura, della formazione e dell'alta ricerca del Paese ed e' in grado di ripensare l'attuale legge di riforma?
Non si tratta di fare alcuna sanatoria, NESSUNA OPE LEGIS. Ci siamo sempre battuti contro ogni forma di stabilizzazione di massa senza merito, una pericolosa forma di degrado del sistema universitario richiesta, pure, a gran voce, da molti segmenti del mondo accademico.
Diamo a (molte) migliaia di ottimi giovani ricercatori precari almeno la possibilità di competere, per continuare a svolgere il loro mestiere, per non impoverire la nostra università e per non danneggiare l'Italia.
sabato 24 luglio 2010
La Stasi non va in vacanza: gli emendamenti al DDL in Senato
sabato 17 luglio 2010
E ORA FALLO!!!!!!

sabato 10 luglio 2010
LA FINE (Forse)
Ultim'ora dal Sole24Ore:mercoledì 7 luglio 2010
L'occasione perduta del DDL e i ricercatori precari

giovedì 24 giugno 2010
Emendamenti in corso 1 / elezioni commissari
venerdì 18 giugno 2010
Alla ricerca dei posti perduti....

mercoledì 9 giugno 2010
Il ritorno della STASI

sabato 5 giugno 2010
La manovra e le sue conseguenze
mercoledì 26 maggio 2010
Ministero dell'Economia: "Nulla cambia per l'Università" sul turn-over ... No, come non detto.
In un incredibile ricorrersi di voci, che vanno dal blocco totale a quello parziale per l'Università, alimentate dall'assenza del testo approvato ieri in Consiglio dei Ministri (su cui verosimilmente si sta ancora lavorando), l'unico documento che poteva avere qualcosa di "ufficiale" avrebbe era quello presente sul sito del Ministero dell'Economia all'indirizzo
e ben evidenziato nella home-page.
Saranno i giovani a pagare la crisi?
Si è tenuto ieri il Consiglio dei Ministri che ha dato il via libera "con riserva" della manovra correttiva.sabato 22 maggio 2010
Promozioni di massa e difesa della gerontocrazia. L’esito disastroso dei lavori della Commissione Cultura al Senato
Nei giorni scorsi, si è assistito alla mobilitazione dei ricercatori “strutturati” che protestano contro il DDL Gelmini, attualmente in discussione nella Commissione Cultura del Senato. La mobilitazione si è distinta per la strumentalizzazione del tema della “precarietà”, fingendo di preoccuparsi per le sorti dei ricercatori precari, ma in realtà impegnata esclusivamente a promuovere gli interessi di una categoria, peraltro già garantita. I ricercatori strutturati a parole giudicano “inemendabile” il DDL Gelmini, ma poi contrattano corsie preferenziali di avanzamento in ruolo sulla base del riconoscimento del “carico didattico” e indipendentemente dalla valutazione dei meriti scientifici di ognuno.
Ma ciò che più preoccupa è il riscontro che tali rivendicazioni hanno ricevuto in Senato. La Commissione Cultura ha sostanzialmente accolto le richieste dei ricercatori, riservando loro la possibilità di essere promossi direttamente a professori associati, e a questi ultimi di essere promossi a professori ordinari, previo ottenimento di un’abilitazione nazionale per la quale – è bene sottolinearlo – né il DDL né altro orientamento governativo e della maggioranza parlamentare hanno finora previsto criteri di valutazione a garanzia di rigore e selezione secondo parametri internazionali.
Al tempo stesso, la Commissione del Senato ha respinto un emendamento dell’opposizione che prevede il pensionamento di quei professori che all’età di 65 anni abbiano maturato 40 anni di anzianità contributiva. Tale misura consentirebbe di liberare importanti risorse da destinare in particolare al reclutamento di nuovi ricercatori. Va sottolineato che, contrariamente ai senatori Livi Bacci e Rusconi che hanno votato a favore, le senatrici del PD Vittoria Franco, Maria Pia Garavaglia e Anna Maria Serafini hanno votato insieme agli esponenti della maggioranza in Commissione contro la proposta di emendamento presentata dal loro stesso gruppo parlamentare. Un vero e proprio suicidio politico, in contraddizione con l’orientamento espresso dal Partito Democratico, che negli stessi giorni aveva avanzato pubblicamente la proposta di pensionamento a 65 anni su iniziativa di Maria Chiara Carrozza, Responsabile del Forum Università Saperi e Ricerca del partito.
Le modifiche al DDL introdotte dalla Commissione Cultura del Senato delineano uno scenario preoccupante per il futuro dell’università, la quale rischia di chiudersi in se stessa in un momento in cui le sfide della globalizzazione e le turbolenze economiche in corso impongono invece un rinnovamento sostanziale, favorendo l’ingresso di nuove forze e un effettivo ringiovanimento degli organici. Al contrario, gli orientamenti emersi dal lavoro della Commissione profilano un’indiscriminata promozione in ruolo ope legis per ricercatori strutturati e professori associati e di pari passo confermano l’anomalia dell’Italia rispetto agli altri paesi europei con professori in servizio fino ai 70 anni e oltre.
Per altro verso, la Commissione non ha affrontato le criticità del DDL in materia di reclutamento e accesso alla carriera universitaria: non si è consolidata l’istituzione della tenure-track per i ricercatori a tempo determinato, che rimane vaga se non illusoria in quanto vincolata a esigenze di bilancio, anziché di merito scientifico come dovrebbe essere, e per di più si è eliminata la possibilità di reclutare ricercatori a tempo determinato mediante procedure innovative di selezione gestite dal Ministero, così come previsto nella versione originaria del DDL.
Nella sostanza, sembra di assistere al remake di una storia già vista, dagli esiti prevedibili quanto disastrosi. Anche l’approvazione della legge 382 del 1980, l’ultima legge-quadro di riorganizzazione del sistema universitario cui la legge che scaturirà dal DDL in discussione dovrebbe subentrare, fu portata a compimento demagogicamente in nome della “lotta alla precarietà”, snaturando l’originario progetto riformatore (che ridisegnava l’università italiana sul modello statunitense), salvo poi produrre intere generazioni di precari, compresa quella attuale, perché le assunzioni e le promozioni di massa ebbero l’effetto di bloccare per decenni il reclutamento, creando organici permanentemente squilibrati su alcune classi d’età (gli attuali over 60).
I problemi di precarietà e carriere bloccate che affliggono l’università devono essere superati, non ricorrendo a provvedimenti corporativi di stabilizzazione e promozione di massa, ma introducendo un sistema aperto e competitivo di reclutamento e avanzamento in ruolo basato sulla valutazione del merito scientifico individuale, sulla responsabilizzazione delle università e sulla valutazione ex post dei risultati. Per questa ultima, si deve notare come pure emergano orientamenti poco promettenti a livello tanto ministeriale quanto politico e parlamentare: si dice che addirittura soltanto il 3% o al massimo il 7% del Fondo di Finanziamento Ordinario sarà allocato su base premiale ai dipartimenti (o, peggio, agli atenei) più produttivi scientificamente.
L’esito disastroso dei lavori della Commissione e gli altri orientamenti che emergono dal dibattito politico-parlamentare rischiano di vanificare la speranza che l’Italia diventi un paese finalmente “normale” in un settore di rilevanza strategica nell’attuale società della conoscenza come l’università e la ricerca. L’Associazione Precari della Ricerca Italiani (APRI) si augura, pertanto, che nelle prossime fasi di discussione e approvazione il Parlamento sappia migliorare in senso realmente riformatore il DDL Gelmini, evitando di sprecare un’occasione irrepetibile per il rinnovamento e il rilancio del sistema universitario italiano.
giovedì 20 maggio 2010
Gelmini: a parole per il ricambio generazionale, nei fatti al fianco dei baroni
E' finalmente disponibile il resoconto sommario della seduta della Commissione Cultura del Senato in cui, tra le altre cose si è discusso, dell'emendamento del PD a favore del livellamento dell'età pensionabile dei docenti universitari alla prassi degli altri Paesi Europei, cioè 65 anni.martedì 18 maggio 2010
Largo ai giovani, ci vuole uno shock generazionale
Segnaliamo l'ampio spazio dedicato dal quotidiano "La Stampa" all'emendamento del Partito Democratico di abbassare a 65 anni l'età di pensionamento dei docenti universitari, che riprende quasi integralmente una delle proposte dell'Apri e della VIA-Academy presentate alle forze politiche in occasione dell'avvio della discussione in Senato del DDL di riforma dell'università.
Ora vedremo se alla prova dei fatti il Ministro Gelmini che, finora solo a parole, ha spesso parlato del problema del ricambio generazionle nelle università, sarà conseguente e farà porre al Governo "parere favorevole" all'emendamneto del PD. D'altra parte se questo non dovesse avvenire, il sistema universitario italiano andrebbe al collasso nel giro di pochi anni. Si stima che già negli anni a venire, a parità di FFO e senza ulteiori nuovi ingressi, la spesa in stipendi supererà l'intero ammontare dell'FFO. Una situazione insostenibile, dovuta al fatto che gli stipendi sono legati essenzialmente all'anzianità di servizio e stiamo oggi pagando il prezzo degli ingressi sconsiderati via ope-legis degli anni '80.martedì 11 maggio 2010
DI FRONTE ALL'ABISSO: un invito di APRI al Governo

L'INCERTEZZA REGNA SOVRANA, SI PAVENTA UN BLOCCO DELLE ASSUNZIONI NELLA PUBBLICA AMMINSTRAZIONE CHE COLPIREBBE A MORTE LE SPERANZE DI UNA GENERAZIONE DI GIOVANI PRECARI.
NONOSTANTE LE ANSIE E' COMUNQUE DOVEROSO MANTENERE LA LUCIDITA', CONTINUARE A RAGIONARE E A PROPORRE SOLUZIONI.
DI SEGUITO PUBBLICHIAMO L'INVITO CHE APRI RIVOLGE AL GOVERNO.
l’APRI (Associazione dei Precari della Ricerca Italiani) chiede di voler superare, per l’accesso agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni, il modello del pubblico concorso. In molti Paesi occidentali, infatti, le Università reclutano i propri docenti in base a selezioni private, compiute dai Dipartimenti di competenza, tra coloro che hanno risposto ad annunci internazionali (applicants). Un comitato - formato ad hoc dal Dipartimento che ha offerto la posizione - esamina le domande degli applicants, compie rapidamente una prima selezione (short list), e quindi invita per un seminario e colloquio (interview) i candidati rientranti in tale lista ristretta. In genere, al candidato vincente viene offerta la posizione nel giro di poche ore o, al massimo, di un alcuni di giorni; se non accetta, la posizione viene offerta al candidato secondo classificato, e così via. In alcuni casi, però, può accadere che, secondo il comitato, non ci siano candidati adeguati alla posizione, e quindi l'annuncio venga ripetuto.
Questo modello funziona bene perché, in tali Paesi, è attivo un sistema di valutazione della produzione scientifica, e sono previste sanzioni, non solo per i docenti immeritevoli, ma anche per chi li ha selezionati, e per il Dipartimento di appartenenza. Dunque, diviene conveniente selezionare il candidato migliore. Risulta evidente, inoltre, che tale modello più avanzato, di chiamata diretta responsabile, sarebbe esportabile in qualsiasi ramo della pubblica amministrazione, in cui fosse attivo un sistema di valutazione del rendimento dei dipendenti. In Italia, tuttavia, per consentire il reclutamento mediante chiamata diretta responsabile nelle pubbliche amministrazioni, sarebbe necessaria una modifica dell’art.97, co.3, della Costituzione. In particolare, l’APRI propone la seguente bozza eventuale di comma terzo, dell’art.97 Cost.:
“Salvo i casi eccezionali stabiliti dalla legge per straordinarie e peculiari esigenze, agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, oppure tramite chiamata diretta da parte dell’amministrazione interessata, con la previsione, nei confronti dei soggetti chiamanti, di sanzioni effettive, proporzionate e dissuasive, per la selezione di soggetti chiamati che, secondo la valutazione di un’apposita agenzia terza ed indipendente, avranno dato prova di un rendimento inadeguato.”.
A tal proposito, è importante chiarire che la nuova forma di responsabilità che si propone sarebbe - secondo la previsione costituzionale - personale e colpevole, e non oggettiva e per fatto altrui, in quanto si baserebbe sul paradigma della culpa in eligendo, il cui utilizzo è riconosciuto anche nel diritto penale.
La questione fondamentale, però, è che una responsabilità del chiamante, per il rendimento del soggetto chiamato in base ad una scelta errata, deve sussistere realmente, altrimenti la chiamata diretta (a questo punto irresponsabile) diventerebbe solo una fonte di abusi, se è possibile, ancora peggiori di quelli che, in questi anni, si sono perpetrati tramite il sistema concorsuale. È proprio per questo motivo che il rendimento del pubblico dipendente, soprattutto in un sistema di chiamata diretta responsabile, deve essere valutato da una agenzia terza ed indipendente.
Quindi, una legge ordinaria che consentisse, nel nostro Paese, la chiamata diretta responsabile, ad es., dei docenti universitari, – che poi è quello che a noi direttamente interessa - dovrebbe essere possibile solo dopo la realizzazione della piena operatività dell’ANVUR (Agenzia Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca): realizzazione che, con la presente, l’APRI Le chiede di voler finalmente attuare, senza dare ascolto a quella tesi secondo la quale la valutazione dei docenti dovrebbe essere di competenza dei rispettivi Atenei, introducendo così una perfetta coincidenza, tra controllori e controllati, sulla quale non pare minimamente necessario spendere parole di commento. D’altronde, la valutazione della produzione scientifica è l’elemento cardine, e sarebbe addirittura preferibile un sistema caratterizzato ancora dal modello concorsuale, ma dotato di una agenzia di valutazione pienamente efficiente, che non uno più avanzato di chiamata diretta (responsabile?), in cui, però, la valutazione risultasse concretamente ineffettiva.
Ultima cosa ma non meno importante, chiediamo di voler finanziare il reclutamento di almeno 2.000 ricercatori, con le nuove regole (da prorogare) del c.d. decreto Gelmini. Su tali nuove regole, infatti – che purtroppo, per una serie di ritardi, non sono state ancora messe alla prova dei fatti -, sono basate le speranze di tanti ricercatori precari scientificamente meritevoli. Anche le migliori regole di reclutamento, tuttavia, non servono a nulla in un sistema privo di finanziamenti, e le risorse messe a disposizione, a tal fine, dall’allora Ministro Mussi, per vari motivi, si sono ridotte ad una “manciata” di posti. Dunque, l’APRI chiede al Governo – che fin ora nulla ha fatto al proposito – di voler finanziare le sue stesse nuove regole meritocratiche, così evitando di destinare al macero, in modo cinico e spietato, un’intera generazione di precari, spesso eccellenti nelle materie di rispettiva competenza.
Del resto, sia il finanziamento di nuovi posti da ricercatore, che la proroga delle regole introdotte con il c.d. decreto Gelmini, risultano, in ogni caso, assolutamente necessari; ma, a fortiori, dovrebbero essere ritenuti tali, qualora - come noi fortemente auspichiamo - si decidesse di percorrere, soprattutto per quanto riguarda il reclutamento dei docenti universitari, la strada delle opportune modifiche costituzionali, invece di affidare il futuro dell’Università italiana al sistema di reclutamento dei docenti delineato dal d.d.l. di riforma, in questi giorni sottoposto al vaglio del Senato: d.d.l. che in tale parte, inevitabilmente, nasce già vecchio, in quanto, essendo limitato dall’attuale dettato costituzionale, non può che riproporre il superato modello del pubblico concorso.
domenica 2 maggio 2010
L'editoriale di Bogart. La Grecia è vicina.


sabato 1 maggio 2010
Scambio?
dei prof. associati nelle commissioni di concorso[...]"
Eh no! Intanto perche' ricercatori e prof associati adesso NON partecipano (salvo rare eccezioni, e menomale che son rare) alle commissioni di concorso. Poi perche' le commissioni "omogenee" per grado, solo ordinari, sono al momento l'unica arma per limitare (un po') la ricattabilita' di commissari che vorrebbero far vincere i piu' capaci invece che i predestinati. E anche perche' questa richiesta da parte dei ricercatori di "tornare a contare" nelle commissioni di concorso sembra mirare a partecipare al mercato delle vacche dove in cambio di una strizzata d'occhio si riceve, a tempo e modo, una ricompensa.

