giovedì 22 maggio 2014

La generazione mai. I precari della ricerca che erano troppo giovani per la de-meritocrazia e oggi sono troppo vecchi per il giovanilismo.

Di: Marco Mondini
Ricercatore fondazione Bruno Kessler - Professore a contratto Università di Padova.

tratto dal blog mentepolitica al link:
http://www.mentepolitica.it/articolo/la-generazione-mai-i-precari-della-ricerca/60

C’è un fantasma che si aggira per i corridoi delle università italiane, quello di una generazione che non è mai stata.
Nati negli anni Settanta, studenti negli anni Novanta, questi spettri tra i trenta e i quarant’anni sono un paradosso vivente. Sono il primo segmento generazionale che ha fruito in modo massiccio dei dottorati di ricerca e di un sistema di borse ancora relativamente ricco. E costituiscono anche il primo gruppo anagrafico ad aver avuto compattamente la possibilità di vivere buone esperienze internazionali. Per un giovane studioso impegnato in una ricerca di buon livello, tra gli anni Novanta e i primi anni Duemila, trascorrere un soggiorno all’estero, candidarsi per partecipare ad un convegno internazionale, tentare di pubblicare su una rivista straniera non era solo una patente di nobiltà accademica, era quasi un obbligo morale. Ciò non significa che tutti abbiano fatto tesoro di queste opportunità, ma ci sono pochi dubbi che i trentenni e quarantenni che hanno affollato le selezioni per dottore di ricerca, e successivamente per borsista, assegnista e magari ricercatore rappresentino l’insieme mediamente più qualificato e dinamico che l’università italiana ricordi.
Nel migliore dei mondi possibili questa generazione di studiosi, costati molto alla collettività, sarebbero stati sistematicamente selezionati per permettere ai più bravi di occupare a loro volta una posizione da ricercatore o professore, restituendo al paese quanto avevano imparato, in termini di insegnamenti, scoperte, brevetti e idee.

In un mondo meno perfetto …
In un mondo un po’ meno perfetto, una parte rilevante di questi ex giovani studiosi, per quanto bravi, non avrebbero trovato una sistemazione. Se non altro, per l’innata tendenza di ogni corporazione a introdurre criteri di promozione (o cooptazione) che spesso non hanno molto a che fare con merito, innovazione e originalità. Succede ovunque. Chi pensa che nelle università e negli enti di ricerca francesi, tedeschi, britannici o statunitensi nepotismi e favoritismi di varia natura non allignino, è un arcade che si culla in sogni poetici.

Ma sulla scala ipotetica degli iperurani perfetti, dei mondi imperfetti e di quelli così così, il reclutamento universitario italiano degli ultimi due decenni si colloca molto in basso, più o meno al livello del peggiore degli universi pensabili. In Italia la selezione (esclusivamente) nepotistica e/o clientelare non è stata una delle vie possibili, è stata la via di accesso alla professione accademica, con l’eccezione di alcune minoranze che hanno difeso il fortilizio della qualità. Per spiegare questo suicidio collettivo si potrebbero chiamare in causa molti fattori. L’introduzione di un reclutamento su base locale ha certamente giocato la sua (cattiva) parte, trasformando i concorsi accademici in una permanente guerra per bande, fuori da ogni controllo. Non paradossalmente, quando il legislatore ha reintrodotto una forma di pre-selezione centralizzata, l’Abilitazione Scientifica Nazionale, l’impatto sul sistema è stato immediatamente e complessivamente positivo. L’ASN (che non è un concorso, ma un’abilitazione a numero aperto, differenza che un certo giornalismo sciatto fa fatica a comprendere) ha certo molti difetti, e alcuni giudizi sui candidati sono stati ingiusti e formulati in termini inutilmente offensivi, ma è l’unico strumento che abbia finalmente concesso la possibilità di scremare con criteri coerenti e verificabili la massa degli aspiranti alla carriera accademica.

Una svolta tardiva e contestata
Peccato che questa (potenziale) svolta sia arrivata tardi per quelle migliaia di giovani studiosi che attendevano da vent’anni. Che hanno percorso l’annosa trafila delle posizioni precarie, dalle borse biennali (e poi annuali, semestrali) agli assegni di ricerca ai co.co.co. Che sono stati professori a contratto sostenendo l’impalcatura della didattica per tempi bizzarramente lunghi, a volte pagati poco a volte nulla. Che hanno prodotto ricerche buone e talvolta ottime. E che nel frattempo si sono sentiti dire che era sempre troppo presto. Un’affermazione non strana in una (ex?) gerontocrazia. L’età media degli strutturati universitari di ogni grado (maggio 2014) è 51 anni: alla metà degli anni Ottanta, l’età media di un ricercatore era di 36 anni, un associato saliva in cattedra a 44 e un ordinario a 52 (fonte: CRUI e Rapporto CUN 2014).
Oggi questa generazione sempre troppo giovane scopre improvvisamente di essere diventata troppo vecchia. Le parole d’ordine del giovanilismo – segno distintivo della retorica politica degli ultimi tempi – prevedono che i destinatari delle lacrime (di coccodrillo) e delle attenzioni siano i giovani. Si intende, sotto i 29 anni (secondo le facilitazioni previste dal pacchetto lavoro), o sotto i 35 (secondo i criteri più elastici delle stesse università). Tutti gli altri sono una zavorra di cui non si sa bene come disfarsi. Non è un caso che quasi tutti i governi succedutisi ultimamente abbiano progettato almeno una volta, nell’entropia delle riforme continue, di introdurre limiti d’età per i concorsi. Quale migliore soluzione che risolvere il problema del precariato sbarazzandosi per legge dei precari?

sabato 26 aprile 2014

Bandi Montalcini e SIR: lettera aperta al Ministro Giannini



Signor Ministro,

   presso il Suo dicastero si sono avvicendati ben quattro ministri in 6 anni, tra cui un Presidente del CNR e due Rettori. Comprendendo le difficoltà e le urgenze legate all'assunzione di tale ruolo, incrementate dai rapidi turnover politici, abbiamo proposto ad ogni Ministro appena insediato delle soluzioni per l'università e ricerca che riteniamo in linea con le migliori esperienze del resto d'Europa e del mondo. Esperienze che molti di noi hanno vissuto sia per la volontà di allargare i propri orizzonti di conoscenza, sia per la necessità di poter continuare la propria carriera ove per ragioni non solo economiche in Italia era ed è impossibile.
   Nonostante le indubbie novità legislative degli ultimi anni, dobbiamo constatare che non è stata ancora intaccata la gestione per certi versi feudale dell'Accademia italiana in cui il merito scientifico, in qualunque modo lo si voglia esprimere, soccombe di fronte a ben più opachi vincoli di fedeltà ed ubbidienza al sovrano locale.
   In questi giorni abbiamo testimonianza diretta che troppi tra coloro che cercano di tornare in Italia attraverso strumenti come il Programma per Giovani Ricercatori "Rita L. Montalcini" devono fronteggiare ostacoli insormontabili di natura né burocratica, né economica, né scientifica. Molte persone qualificate oggi impegnate all'estero anche con ruoli di responsabilità, nel contattare le sedi locali continuano a sentire risposte, nel migliore dei casi, del seguente tipo: "la tua linea di ricerca non va bene per noi" oppure "non fai le cose che facciamo noi" oppure "un bel progetto, alla fine qui non possiamo chiamarti". Questo nel migliore dei casi, poiché nel peggiore ci si sente rispondere con frasi di questo tipo: "qui abbiamo già validissimi giovani, il provenire dall'estero non ti rende migliore di loro" (ma il malcapitato contattava la sede in risposta ad un bando pubblico, non già ansioso di mostrare la propria supremazia sul giovane locale), oppure molte sedi non rispondono affatto.
Uguale sorte ci risulta stia toccando ai giovani ricercatori, anche operanti in Italia, che tentano di sfruttare l'opportunità offerta dal programma S.I.R. che teoricamente sarebbe volto a promuove l'indipendenza del giovane ricercatore. Ebbene, molti giovani che hanno solo osato proporre una nuova/innovativa linea di ricerca si sono spesso sentiti rispondere picche dalle sedi locali, e spesso con risposte esplicite come: "sembra che tu voglia aprire quasi una nuova linea di ricerca". A nulla valgono le frequenti proteste da parte dei diretti interessati: proprio la multidisciplinarità, l'innovazione, il superamento delle pratiche di inbreeding, sono l'obiettivo dichiarato dei bandi "Montalcini" e "S.I.R.".
Siamo studiosi e ci rendiamo conto di poter aver una visione parziale delle cose. Può darsi che noi conosciamo solo le deviazioni di in un sistema altrimenti sano, seppure in difficoltà per carenze pre e post crisi economica. Pertanto le chiediamo signor Ministro di verificare la sussistenza dei suddetti ostacoli per i quali non possiamo chiedere ai singoli ricercatori, testimoni e vittime di tali abusi, di esporsi con denunce a spiacevoli conseguenze come la rassegnazione all'esilio perpetuo.
   Per l'esperienza che ci contraddistingue sappiamo di non poter ottenere soluzioni generali in tempi brevi, eppure signor Ministro dobbiamo chiederle di intervenire ora con un forte gesto simbolico. Le chiediamo di eliminare la dedica del Programma per Giovani Ricercatori a Rita Levi Montalcini fino a quando le pratiche di selezione nell'Accademia italiana non saranno abbastanza trasparenti da essere degne della grande Scienziata e Senatrice della Repubblica Italiana. Allo stesso modo le chiediamo di eliminare il titolo "Scientific Independence" dai bandi S.I.R.


Associazione dei Precari della Ricerca Italiani  

lunedì 21 aprile 2014

Accantonamento dell'FFO??? Accantonamento dell'università…

Il Premier Renzi lo ha detto subito, il primo giorno del suo mandato: l’istruzione è ciò da cui bisogna ripartire per far ripartire il Paese. Adesso è chiaro anche in che senso: per finanziare gli ormai famosissimi 80 euro in busta paga, bisogna partire da un bel taglio di 30 milioni al Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) degli atenei italiani. E visto che, come ci insegna Matteo, una volta che si è partiti non bisogna assolutamente fermarsi, il testo del Documento di Economia e Finanza (DEF) messo a punto dal Governo prevede un taglio annuo a carico dell’FFO di 45 milioni all’anno a partire dal 2015. Ah no, scusateci… non si tratta di un taglio, ma di una “razionalizzazione”; del resto le parole sono importanti, gli estensori del DEF lo sanno bene. Invece, secondo il neo-ministro dell’Istruzione, Giannini, è meglio parlare di “accantonamenti”. Ah, quanto sono importanti le parole! Noi di APRI, che badiamo ai fatti, useremmo locuzioni un po’ meno raffinate in questa occasione, se potessimo. Non a caso questo post è molto, molto breve.

domenica 30 marzo 2014

Concorsi ad personam aperti a tutti

La ben nota Legge 30 dicembre 2010 n. 240 di riforma del sistema Universitario, ai più nota come Legge Gelmini, ha introdotto importanti novità soprattutto nell’ambito del reclutamento universitario. Il ruolo di Ricercatore Universitario (a tempo indeterminato) è stato messo in esaurimento a favore di due figure di Ricercatore a Tempo Determinato, alle quali si accede mediante concorso pubblico. Per accedere ai ruoli a tempo indeterminato, ovvero Professore di Prima o Seconda fascia, il candidato deve inoltre possedere la corrispondente Abilitazione Scientifica Nazionale. I futuri professori possono essere chiamati direttamente dagli atenei a ricoprire il ruolo (riservando una quota non inferiore al 20% agli “esterni”), oppure possono partecipare ai concorsi pubblici banditi dai singoli Atenei per quel ruolo.

Pertanto, la via principale per il reclutamento nel sistema universitario rimane il concorso, il quale è disciplinato dagli articoli 18 (Professore di prima o seconda fascia) e 24 (ricercatore a tempo determinato) della Legge. Tra i criteri generali la Legge sancisce che:

Articolo 18:
1. Le università, con proprio regolamento adottato ai sensi della legge 9 maggio 1989, n. 168, disciplinano, nel rispetto del codice etico, la chiamata dei professori di prima e di seconda fascia nel rispetto dei principi enunciati dalla Carta europea dei ricercatori, di cui alla raccomandazione della Commissione delle Comunità europee n. 251 dell'11 marzo 2005, e specificamente dei seguenti criteri: 
 a) pubblicità del procedimento di chiamata sul sito dell'ateneo e su quelli del Ministero e dell'Unione europea; specificazione del settore concorsuale e di un eventuale profilo esclusivamente tramite indicazione di uno o più settori scientifico-disciplinari; informazioni dettagliate sulle specifiche funzioni, sui diritti e i doveri e sul relativo trattamento economico e previdenziale;
(omissis)

Articolo 24:
(omissis)
2. I destinatari sono scelti mediante procedure pubbliche di selezione disciplinate dalle università con regolamento ai sensi della legge 9 maggio 1989, n. 168, nel rispetto dei principi enunciati dalla Carta europea dei ricercatori, di cui alla raccomandazione della Commissione delle Comunità europee n. 251 dell'11 marzo 2005, e specificamente dei seguenti criteri:   
 a) pubblicità dei bandi sul sito dell'ateneo e su quelli del Ministero e dell'Unione europea; specificazione del settore concorsuale e di un eventuale profilo esclusivamente tramite indicazione di uno o più settori scientifico-disciplinari; informazioni dettagliate sulle specifiche funzioni, sui diritti e i doveri e sul relativo trattamento economico e previdenziale; previsione di modalità di trasmissione telematica delle candidature nonche', per quanto possibile, dei titoli e delle pubblicazioni;
(omissis)

La Legge appare inequivocabile. Infatti il bando del concorso deve contenere “specificazione del settore concorsuale e di un eventuale profilo esclusivamente tramite indicazione di uno o più settori scientifico-disciplinari”. Inoltre la Legge è perfettamente in linea con i principi della Carta europea dei Ricercatori, la quale pone come principio generale proprio la libertà di ricerca.
Molti Atenei hanno disatteso il criterio sopra riportato. Infatti, con una preoccupante frequenza, i bandi contengono una dettagliata descrizione dell’impego, inclusi i compiti di ricerca, che il futuro ricercatore/professore dovrà svolgere. Di tale comportamento illegittimo è complice il MIUR, con il sito web http://bandi.miur.it, nato con lo scopo di pubblicizzare i bandi per il reclutamento universitario. L’appena citato sito web ospita diverse tipologie di bandi, e quindi fornisce una maschera all’interno della quale vi sono diversi campi, come ad esempio “titolo del progetto di ricerca”, atti a descrivere il concorso bandito.  Appare evidente che la maschera contiene campi descrittivi che si devono adattare alle diverse tipologie di bandi ivi pubblicati. Bandi che vanno dal Tecnologo, all’Assegnista di Ricerca, che compie la sua ricerca in funzione del progetto per il quale si emette il bando stesso, fino al Professore di Prima Fascia.
Qualcuno ha invece ritenuto la presenza di tali campi consentisse di definire compiti e funzioni di ricerca molto precisi al futuro ricercatore/professore vincitore del bando, talvolta indicando persino un responsabile scientifico.

E’ evidente che tale pratica serve a scoraggiare la partecipazione al bando a coloro, che pur avendo i requisiti professionali richiesti, non svolgono ricerca nello specifico ambito richiesto, il quale è invece appannaggio del candidato interno di turno. Insomma: Bandi ad personam aperti a tutti.

Come APRI abbiamo sollecitato il ministro pro tempore a un controllo attento sulle procedure, ma la risposta è stata negativa. Anche il MIUR ha consentito questo comportamento illegale e scorretto da parte degli Atenei.

venerdì 28 marzo 2014

Università: il ministero e i concorsi a fotografia

Di
(articolo originariamente apparso su l'Unità del 7 marzo 2014)

Siamo in regime di blocco del reclutamento universitario, ma qualche concorso viene ancora bandito. Si tratta di concorsi a posti di “ricercatore a tempo determinato” una nuova figura che, secondo la recente riforma dovrebbe costituire il canale principale di reclutamento dei giovani alla carriera universitaria.
I concorsi dovrebbero essere aperti a tutti i giovani qualificati, ma molti professori, con il consenso delle università e del Ministero hanno trovato il modo di riservarli a priori ad alcuni predestinati. Lo strumento è ben noto, si tratta del cosiddetto “concorso a fotografia” per il quale nel bando viene disegnato un “profilo” del futuro vincitore che corrisponde esattamente al profilo scientifico del predestinato, ad esempio corrisponde al titolo e all’argomento della sua tesi di dottorato. Questa pratica furbesca che consente di prescindere dal merito scientifico dei concorrenti è talmente ben nota che la legge la proibisce esplicitamente.  La Legge 240 del 2010 stabilisce che  un eventuale “profilo” può essere specificato  “esclusivamente tramite indicazione di uno o più settori scientifico disciplinari”, per fare un esempio si potrà specificare che il candidato debba essere un esperto di “Probabilità e Statistica Matematica” ma non necessariamente un esperto di  “Processi di diffusione negli spazi ultrametrici”.
I bandi che non rispettano la legge dovrebbero essere censurati dal Ministero, ma questo non avviene; anzi il Ministero stesso incoraggia questo tipo di bando consentendo la descrizione del profilo nel sito ufficiale del Ministero. La violazione della legge potrebbe essere eliminata attraverso il ricorso di un candidato ai Tribunali Amministrativi, ma i ricorsi costano e nessuno può garantire che il ricorrente che ottenga dal tribunale la cancellazione del “profilo” dal bando, risulti poi vincitore. Complice il Ministero si sta diffondendo quindi una prassi illegale che può portare solo danni al sistema universitario.
Naturalmente le scuse per violare la legge sono molte, ma tutte legate a una caratteristica negativa del sistema universitario e scientifico in Italia e cioè la sua struttura gerarchica, che prevede che gli argomenti e la direzione della ricerca siano indicati da un anziano “grande capo”, mentre i giovani nell’età più creativa vengono mantenuti in una situazione di dipendenza. Secondo questa prassi il posto di ricercatore appartiene quindi ad un “grande capo” che ha diritto di scegliersi il “collaboratore”. Localismo e nepotismo, i mali dell’università italiana sono casi estremi di questa assurda prassi.

domenica 23 marzo 2014

L'Abilitazione Scientifica Nazionale NON è un processo di abilitazione all'insegnamento

Nell'articolo pubblicato su La Repubblica il 18 febbraio scorso, “Università, bocciati all'abilitazione ma costretti a insegnare” di Salvo Intravaia, c'è un equivoco di fondo: il sistema dell'Abilitazione Scientifica Nazionale (ASN) non è un processo di abilitazione all'insegnamento, ma la verifica dei risultati scientifici raggiunti, quali pubblicazioni e progetti, al fine di assicurare l'eccellenza scientifica di chi ricoprirà le posizioni di professore. La parola abilitazione usata nel sistema ASN assume un significato completamente diverso da quando è usata per la scuola.
Con l'entrata in vigore della Legge 240/2010, detta legge Gelmini, l'aver superato l'ASN è condizione necessaria, ma non sufficiente, per poter ambire alle posizioni di professore di I e II fascia (ordinari e associati) nelle università italiane. E' il titolo necessario per poter accedere alle uniche due figure assunte a tempo indeterminato che svolgono attività di ricerca e di didattica, ma non è il titolo necessario per poter insegnare, infatti l'attività di didattica condotta nelle aule italiane non è oggetto di valutazione e nelle nostre università la docenza non è erogata solo dai professori di I e II fascia.
Quando gli studenti iscritti alle università italiane entrano in un'aula per assistere ad una lezione si possono trovare davanti il titolare del corso oppure un'altra persona che svolge quella che viene chiamata didattica integrativa, cioè attività di laboratorio, esercitazioni, cicli di seminari ecc..
Dall'entrata in vigore della legge Gelmini, i titolari dei corsi dovrebbero essere i docenti di I e II fascia, docenti a contratto (cioè persone assunte con contratto a tempo determinato per svolgere quelle funzioni), oppure ricercatori a tempo determinato. Ai ricercatori universitari a tempo indeterminato (figura ad esaurimento dopo l'entrata in vigore della legge), agli assegnisti di ricerca, cioè ai ricercatori assunti a tempo determinato per svolgere attività di ricerca su un progetto specifico, e ai dottorandi spetta la didattica integrativa, l'attività di verifica dell’apprendimento e l'attività di servizio agli studenti, incluso l’orientamento e il tutorato.
E' quindi evidente che nell'università possono insegnare molte persone più o meno titolate e con contratti molti diversi e, soprattutto, che l'abilitazione non è un titolo richiesto per svolgere attività di didattica.
Gli insegnamenti svolti verranno presi in considerazione a valle della ASN, quando nei concorsi locali, fra tutte le persone abilitate che presenteranno domanda, si andrà a scegliere la persona più adatta a ricoprire il ruolo di I o II fascia, tenendo conto delle esigenze didattiche del dipartimento di afferenza.

L'ASN ha piuttosto messo in luce che ci sono molti ricercatori precari (assegnisti, ricercatori a tempo determinato, contrattisti, co.co.co...) che hanno conseguito l'abilitazione, ma che molto difficilmente riusciranno ad essere assunti nelle Università italiane, perché il sistema accademico è sotto-finanziato e i pochi soldi che si hanno a disposizione verranno spesi a favore degli avanzamenti di carriera, sacrificando almeno un'intera generazione di ricercatori.

mercoledì 5 marzo 2014

Lettera aperta per il Ministro Giannini

Gentile Ministro Giannini,

Le scrivo a nome dell'Associazione Precari della Ricerca Italiana (APRI). La nostra associazione si è battuta, da sempre, per aprire il sistema dell'università  e della ricerca italiano, per renderlo più trasparente e più in linea con le migliori pratiche europee.
Vorremmo chiederLe un incontro per discutere quanto prima alcune problematiche connesse al sistema universitario e  alla valorizzazione di una generazione di studiosi che si trovano in condizioni precarie pur avendo dato ripetutamente prova delle loro qualità, e ottenendo in molti casi l'abilitazione scientifica per la seconda fascia.

In primo luogo La invitiamo a prendere delle misure urgenti e di facile realizzazione che, a costo zero, garantirebbero maggiore trasparenza e apertura nel sistema dei concorsi:

1. Segnaliamo il susseguirsi di numerosi bandi concorsuali per posizioni ex art 24, comma 3, lettere a) e b) richiedenti specifici e dettagliati profili scientifici, ove la legge consente invece soltanto la specificazione di un eventuale profilo “esclusivamente tramite indicazione di uno o più settori scientifico-disciplinari". Lo stesso problema si pone per i bandi da Professore associato e da Professore ordinario che stanno uscendo ora con la conclusione delle procedure abilitative. Anche in questo caso i profili sono in aperto contrasto con la legge, la formulazione delle norme è infatti la medesima per i posti a TD  e per i posti da Prof. Si tratta con tutta evidenza di pratiche poco trasparenti ed evidentemente illegittime, che soffocano la competizione e portano ad una chiusura asfittica del sistema della ricerca.

2. Invitiamo inoltre il Ministero a vigilare sull’applicazione, prevista dalla legge, della quota minima obbligatoria di assunzione del 20% di “esterni” all’Ateneo, da calcolarsi nel rispetto della legge, dunque non sui costi bensì sul numero di assunzioni. Ricordiamo infatti che l'art. 18, comma 4 della legge 240 specifica con assoluta chiarezza che "Ciascuna università statale, nell'ambito della programmazione triennale, vincola le risorse corrispondenti ad almeno un quinto dei posti disponibili di professore di ruolo alla chiamata di coloro che nell'ultimo triennio non hanno prestato servizio, o non sono stati titolari di assegni di ricerca ovvero iscritti a corsi universitari nell'università stessa." E' del tutto evidente che la dicitura "le risorse corrispondenti ad almeno un quinto dei posti disponibili" implica che la quota sia da calcolarsi sul numero dei posti e non, come ha suggerito in precedenza lo stesso Ministero tramite circolare, sui costi. 

Se volesse intervenire con semplici circolari esplicative, garantendo il pieno rispetto della lettera e dello spirito della normativa, potrebbe rapidamente garantire una maggiore apertura del sistema dei concorsi. Inoltre eviterebbe il rischio di contenziosi amministrativi che non gioverebbero a nessuno.


Inoltre vorremmo discutere con Lei di misure volte a rendere equa la competizione nei concorsi per la seconda fascia - in cui come Lei sa la differenza di costo tra la promozione di un interno e la chiamata di un esterno rende assai squilibrata la selezione a favore degli interni. In passato il MIUR stanziò fondi appositi per gli Idonei non strutturati, per parificare i costi rispetto agli strutturati.

Crediamo infine sia opportuno e possibile rilanciare il reclutamento di posizioni di Ricercatore a Tempo Determinato di tipo B, con tenure track. Come sa gli atenei hanno bandito pochissimi posti di questo tipo, rischiamo dunque che - se non vi saranno correttivi - il sistema destini nei prossimi anni il grosso delle risorse ad avanzamenti di carriera e non ad un reclutamento vero capace di immettere nel sistema forze fresche.

Noi riteniamo che, anche per uscire dal localismo esasperato che caratterizza le selezioni, sarebbe auspicabile una misura straordinaria - in linea anche con quanto suggerito di recente dalla CRUI. Pensiamo a una revisione degli attuali bandi Montalcini, che vengano però allargati non solo a coloro che lavorano all'estero ma anche a coloro che lavorano in Italia. Dunque un bando nazionale per RTDB, dando la possibilità ai vincitori - in ordine di graduatoria - di scegliere la sede dove entrare in servizio. Di seguito i dettagli del piano per come noi lo abbiamo immaginato:

 1. Garanzia del budget, da accantonare obbligatoriamente e dal momento in cui il TDB prende servizio, per l’eventuale passaggio nel ruolo dei Professori Associati [garanzia assente nei bandi Montalcini ma prevista dalla Legge 240/10].
 2. Cofinanziamento MIUR del budget per il passaggio a PA di cui al punto 1,  per un ammontare corrispondente al 50%, a gravare sulla quota premiale FFO.
 3. Abolizione vincoli di età anagrafica o di anni dal dottorato, attualmente presenti sui bandi Montalcini, e dalla dubbia legittimità come dimostra una recente sentenza del TAR di  Cagliari.
 4. I vincitori siano esterni alla sede che li accoglie ed in cui prendono servizio. “Esterno” può essere definito un candidato che nei tre anni precedenti la data di scadenza del bando non abbia prestato servizio come Ricercatore TD, Assegnista o Post Doc nella sede prescelta.
 5. Commissioni sorteggiate da una lista di esperti, aventi i requisiti stabiliti dall'ANVUR (superamento delle mediane). Deve essere assicurata adeguata rappresentanza nelle commissioni ad esperti operanti all'estero (non solo uno su cinque come nell'ASN).
 6. Valutazione basata esclusivamente sul CV (titoli e pubblicazioni), eliminando la richiesta di un progetto di ricerca. La valutazione deve avvenire sulla base di griglie con punteggi predefiniti come quelle adottate autonomamente dall’Università di Genova e dal Politecnico di Torino per le ultime tornate di concorsi da ricercatore a tempo indeterminato.
 7. Distribuzione dei posti. Il MIUR assegna i posti ai migliori Dipartimenti italiani sulla base del VQR. In base all’ordine in graduatoria i vincitori potranno scegliere la sede.
 8. Piena portabilità dei fondi. Qualora un Dipartimento non voglia accettare un TDB nazionale, al vincitore spetta il diritto di portare il budget presso altra sede. Vanno previsti premi/punizioni in termini di quota premiale FFO per i Dipartimenti che accettano/rifiutano queste posizioni.
 9. I TDB nazionali NON devono contare ai fini del rapporto TDB-PO di ciascun ateneo. Questo per garantire che siano effettivamente posti in più.


In attesa di un riscontro da parte Sua Le porgo i miei migliori saluti.
Per APRI, il Presidente
Luigi Maiorano