mercoledì 15 maggio 2013
Non è un paese per giovani
Una sentenza della Corte Costituzionale, recentemente celebrata in tutte le sue magnifiche virtù dal quotidiano La Repubblica ha cancellato una delle pochissime cose buone della cosiddetta riforma Gelmini (sì, proprio lei, quella del tunnel tra il Gran Sasso e Ginevra). La suddetta legge, oltre a rendere ancor più precaria la vita dei notoriamente fortunatissimi ricercatori italiani, prevedeva anche di non consentire ai Professori Ordinari di proseguire la propria attività di ruolo negli Atenei del nostro Paese oltre i 70 anni; prima di tale riforma infatti, era facile per queste figure proseguire fino ai 72 anni* col placet dell’Ateneo di appartenenza, di fatto impedendo la liberazione di risorse utili per il reclutamento di nuovi virgulti (talvolta magari già cinquantenni). La sentenza della Corte Costituzionale appena emessa sancisce che non se ne parla nemmeno di andare in pensione a 70 anni: crepino i giovani, ma il settantenne ha tutto il diritto di chiedere una bella estensione a 72 anni, e poi chissà, magari nel 2015 esce una legge che garantisce il posto a vita a tutti, e chi si è visto si è visto.
Il massacro dei ricercatori precari italiani ha radici antiche però, che partono dalla riforma Moratti (annus domini 2005) e si ramificano con la suddetta riforma Gelmini, che ha abolito la figura del ricercatore a tempo indeterminato. Per non tediarvi però, vi descriverò l’approccio metodologico con cui i nostri illuminati governanti hanno smontato l’Università italiana pezzo per pezzo raccontandovi una storia molto verosimile (anche se di pura fantasia), che coinvolge Konstantin Novosëlov, premio Nobel per la Fisica nel 2010.
Pochi sanno che Konstantin, cittadino russo nato nel 1974 (quindi un ragazzino di 39 anni, se guardato dal punto di vista gerontocratico nostrano) volle venire a fare le proprie scoperte in una delle nostre Università nel 2004, e lì, in una città italiana che non specificherò, scoprì il grafene. Konstantin all’epoca aveva solo 30 anni, ed aveva accettato un contratto da assegnista a 1200 eur/mese. Uno stipendio molto basso, un contratto con contributi pensionistici ancor più bassi (quasi nulli), ma la speranza di diventare un giorno Ricercatore a tempo indeterminato grazie all’eccellenza delle proprie scoperte Konstantin aveva tutto il diritto di coltivarla. Non sapeva però che Letizia Moratti era in agguato: l’approvazione della sua riforma nel 2005 crea una figura di ricercatore a tempo determinato che, a fine assegno, rappresenta per Konstantin l’unica speranza di proseguire nel proprio percorso accademico. Anche perché frattanto il suo professore di riferimento, ovviamente novello settantaduenne, ha preferito far vincere un concorso a tempo indeterminato ad un ricercatore con un paio di pubblicazioni su Topolino, ma che cucina benissimo quando ci sono le feste con gli altri ordinari a casa sua. Konstantin prosegue, e nel 2010 vince addirittura il Nobel per la sua scoperta di qualche anno prima.
Nel frattempo, il nuovissimo Ministro Gelmini ha pensato bene di eliminare la figura del ricercatore a tempo indeterminato! E’ vero, la stessa legge prevede una nuova figura di ricercatore a tempo determinato, che a seguito di valutazione positiva delle attività di ricerca e didattica, dà luogo all’assunzione come professore associato dopo un triennio. Il nostro eroe quindi attende che tali posizioni vengano bandite, ma purtroppo nella sua area nemmeno l’ombra di un bando compare dal 2010 al 2013. Eh sì, perché di questi bandi ne sono usciti sì e no una trentina in tutt’Italia, e nessuno nel settore scientifico di Konstantin. Il quale per la verità aveva pensato di fare un’application per la posizione bandita più affine alle proprie competenze (un bando per ricercatore di Numismatica Etrusca presso l’Ateneo telematico milanese “Nerone”: www.uninerone.it), ma poi pensandoci bene aveva lasciato stare. E dopo la sentenza della Corte Costituzionale citata ad inizio articolo, Konstantin si arrende, prende un biglietto aereo e vola a Manchester, dove lavora attualmente. Perché di accettare un nuovo assegno di ricerca a 40 anni, e pagare con i propri contributi da fame le pensioni dei novelli settantunenni scienziati, Kostantin non ha e non avrà alcuna voglia.
W l’Italia!
p.s.
La legge da facoltà agli atenei di valutare caso per caso se concedere il biennio aggiuntivo ai docenti settantenni. Però, chissà come mai, nutriamo più di qualche dubbio sui criteri con cui verranno fatte eventuali selezioni, e c'è da temere che il biennio venga concesso a tutti o quasi, come era prassi fino a non molti anni fa.
Cosa si può fare ora, per evitare un ennesimo colpo ad un sistema universitario già incredibilmente invecchiato e in cui il ricambio generazionale procede al ritmo di marcia di una tartaruga zoppa? Per esempio il MIUR potrebbe provvedere con norme che limitassero il ricorso al biennio aggiuntivo, magari avocando a sé la valutazione dei casi eccezionali (ma devono essere davvero eccezionali) in cui concedere tale privilegio.
Etichette:
Pensionamento,
precaricidio,
strutturati vs. precari,
università
lunedì 8 aprile 2013
LETTERA APERTA DI APRI AL MINISTRO PROFUMO: PROPOSTE PER IL DECRETO FFO 2013
Gentile Ministro Profumo,
Ci rivolgiamo a Lei a nome dell'Associazione Precari della Ricerca Italiani (APRI), scegliendo la via di una lettera aperta pubblicata sul blog della nostra associazione contestualmente all'invio al suo indirizzo di posta elettronica, per proporre alcune considerazioni in merito alla bozza di decreto sul FFO 2013 recentemente circolata. Ci teniamo in primo luogo ad esprimere il nostro apprezzamento per quanto contenuto nell'art. 6, con la previsione di uno stanziamento di fondi - da distribuirsi anche tenendo conto della VQR - di posti di Ricercatore a Tempo Determinato di tipo B. Si tratta in effetti di un'iniziativa da noi lungamente richiesta, e che ci pare risponda all'esigenza reale di incentivare questo tipo di contratti che altrimenti - come dimostrano i bandi usciti finora - finirebbero con l'essere sostanzialmente trascurati dagli atenei.
Ciò detto, vorremmo proporLe dei possibili miglioramenti. Proprio perché riteniamo che l'iniziativa sia di estrema importanza per il rilancio e lo svecchiamento del sistema universitario nazionale riteniamo che sia imperativo che - contestualmente all'allocazione di risorse apposite per il reclutamento di RTD di tipo B - si provveda anche a fare di tutto per rendere le selezioni il più possibile trasparenti e meritocratiche. Come Lei sa le disposizioni contenute della Legge 240 per il reclutamento di queste figure rappresentano, per alcuni versi, un passo indietro rispetto alle procedure di reclutamento delle ultime tornate di concorsi per Ricercatori a tempo indeterminato. In particolare si è fatto un passo indietro rinunciando ad imporre il sorteggio dei membri esterni delle commissioni, operazione che garantiva maggiore trasparenza.
Al fine di rendere veramente innovativo questo intervento formuliamo le seguenti proposte, tra loro alternative. Si potrebbe ipotizzare di allocare i posti non tramite concorsi locali, bensì attraverso procedure di selezione nazionale - basata sulla valutazione dei curricula e della pubblicazioni - sul modello di quanto già avviene per i bandi Montalcini. Le procedure nazionali renderebbero più trasparente e meritocratica la selezioni, riducendo il rischio di pratiche di reclutamento viziate da logiche localistiche. In alternativa, qualora per ragioni tecniche si ritenesse impraticabile questa prima ipotesi, chiederemmo di imporre agli atenei che volessero usufruire di tali risorse di provvedere al sorteggio dei membri esterni delle commissioni da un elenco nazionale. In entrambi i casi riteniamo che tali indicazioni possano essere contenute nello stesso decreto FFO, e dunque che siano tecnicamente fattibili e di facile applicazione.
Le chiederemmo altresì un approfondimento sul tema delle risorse destinate ai bandi Montalcini. Fine della nostra associazione è sempre stata la promozione di un sistema trasparente, europeo e autenticamente selettivo nel reclutamento universitario. Siamo assolutamente favorevoli all'apertura dei nostri atenei all'esterno, e proprio per questo ci chiediamo se e fino a che punto i bandi per il 'rientro dei cervelli' siano idonei allo scopo. Non sarebbero preferibili bandi aperti a tutti - italiani espatriati, stranieri, italiani in Italia - invece che posti riservati ad una sola categoria? Nel caso si riuscisse a rendere davvero più aperte e meritocratiche le selezioni per i posti di RTD di tipo B - secondo le modalità da noi indicate - non sarebbero tali procedure - aperte a tutti - da privilegiarsi rispetto a bandi rivolti ad una platea ristretta di soggetti? Pertanto, e anche in relazione all'esiguo numero di posti di tipo B banditi finora, le chiederemmo di voler considerare una rimodulazione dello stanziamento di risorse, destinando 10milioni all'incentivazione dei TDB e 5 ai bandi Montalcini.
Concordiamo inoltre con quanto suggerito dalla CRUI sull'opportunità che tali posti di RTD di tipo B si collochino al di fuori del conteggio dei punti organico su PROPER.cineca, cioè svincolati dal turn-over disponibile. Inoltre proporremmo di indicare espressamente che tali posti assegnati agli atenei NON debbano essere considerati ai fini del conteggio dei posti di tipo B da crearsi per ciascuna chiamata di Professori Ordinari, come prescritto dalla normativa vigente. Ciò garantirebbe che questi posti siano veramente aggiuntivi a quelli che gli atenei avrebbero comunque dovuto fare qualora intendessero reclutare nuovi Professori Ordinari.
Infine cogliamo l'occasione per chiedere di ripensare quanto prima lo stanziamento complessivo di risorse per il sistema, che è oggettivamente sottofinanziato, e di chiarire ogni equivoco circa la quota del 20% di posti destinati ad esterni nel reclutamento di PA e PO, come previsto dalla legge. In particolare ci preme che sia integralmente rispettato il dettato legislativo che impone che la suddetta quota sia conteggiata sulle teste e non sui costi.
Siamo naturalmente aperti e disponibili ad un confronto con Lei su questi punti.
In attesa di un riscontro da parte Sua cogliamo l'occasione per porgerLe i nostri migliori saluti.
Etichette:
ABILITAZIONE NAZIONALE,
concorsi TD,
CRUI,
FFO,
miur,
RTD
martedì 26 marzo 2013
ODISSEA - CAPITOLO ???
Candidati a impatto zero e
commissari indagati per abuso d’ufficio
Luciano Suss (Università di Milano), Pasquale Trematerra (Università
del Molise) e Bruno Massa (Università di Palermo), commissari del concorso da ricercatore per il settore Entomologia
Generale e Applicata svoltosi all’Università di Milano nel 2010, sono indagati dalla Procura di Milano per
abuso d’ufficio.
Nel concorso, rifatto 3 volte dopo 2 pronunciamenti del TAR Lombardia,
ha sempre vinto l’allieva e collaboratrice del prof. Luciano Suss, Sara
Savoldelli, unica fra i candidati al concorso a non avere alcun articolo su
rivista a impact factor.
L’avviso di conclusione delle indagini preliminari firmato dal PM
Fabio De Pasquale (PM noto per i numerosi processi a carico del Cavaliere)
afferma che i tre professori «redigevano i verbali dichiarando vincitrice del
concorso la Savoldelli pur essendo questa priva dei parametri richiesti e
stravolgendo i criteri di valutazione delle pubblicazioni scientifiche dei
candidati». Non solo: i commissari, aggiunge il PM, «anche dopo la pronuncia
del Tar procedevano nuovamente alla valutazione dei titoli in palese
illegittimità delle procedure adottate, proclamando nuovamente la Savoldelli
vincitrice del concorso».
[Riassunto dei capitoli precedenti:
martedì 5 marzo 2013
Il blocco A e il blocco B nell’università italiana
Lo straordinario risultato elettorale del M5S alle elezioni politiche ha
posto al centro dell'agenda politica nazionale uno dei problemi più
gravi della società italiana: la divisione sempre più profonda e sempre
più insopportabile tra chi è pienamente garantito, in ambito lavorativo e
sociale, e chi è privo di tutele, abbandonato dalle istituzioni e dalle
rappresentanze politiche e sindacali. Come APRI e altre associazioni di
precari della ricerca, sono anni che denunciamo questa situazione,
aggravata dai guasti prodotti dalla Legge Gelmini. L’università italiana
è spaccata in due blocchi. Da un lato, un blocco A composto di decine
di migliaia di ricercatori e docenti precari, che non hanno prospettive
credibili di ottenere una posizione sicura che garantisca loro di
guardare con serenità al futuro. Quelli che possono fanno le valigie e
vanno a fare carriera all’estero. Quelli che non possono restano qui, ma
perdendo l’entusiasmo e le motivazioni che sono fondamentali per
produrre ricerca di qualità. Dall’altro lato, c’è il blocco B, composto
da ricercatori a tempo indeterminato e professori di ruolo, che
occupano posizioni ultragarantite e di fatto inamovibili. Il precedente
governo ha riservato nuove risorse per assumere professori di seconda
fascia, ma è chiaro a tutti che con le attuali regole e con le pressioni
esercitate dal blocco B, tale piano straordinario di reclutamento si
tradurrà solo in avanzamenti di carriera per i ricercatori di ruolo.
Inoltre, i professori associati e ordinari vanno in pensione solo a 70 anni, e ciò
crea ulteriori impedimenti al ricambio generazionale e rende la classe
docente italiana la più anziana del continente. APRI è da sempre
convinta che l’età giusta per il collocamento a riposo dei professori di ruolo sia 65 anni, in linea con la media europea; APRI inoltre ha
avanzato alle forze politiche 10 proposte (http://ricercatoriprecari.blogspot.it/2013/01/per-ridare-speranza-alla-ricerca.html)
per ridare speranza al blocco A, oggi discriminato ed escluso, ma le
forze politiche hanno risposto eludendo le questioni centrali,
probabilmente perché il loro principale obiettivo è la difesa dei
garantiti del blocco B (si veda ad esempio la risposta che ci è stata
inviata da Maria Chiara Carrozza, presidente del Forum Università e
Ricerca del PD). Insomma, le porte restano chiuse per il blocco A, anche
quando chiede valutazione e competizione meritocratica per i posti,
come abbiamo fatto noi. Ciò induce allo scoramento, alla sfiducia
completa nelle istituzioni, lasciando come unica possibilità il ricorso a
soluzioni assistenzialistiche e corporative, le uniche che la classe
politica tradizionale in passato ha adottato per il blocco A, per
tenerlo sotto controllo e utilizzarlo come bacino di consensi
elettorali.
Il quadro politico sembra però ora profondamente cambiato, e nuove prospettive potrebbero aprirsi per l'Università e la ricerca pubblica italiane. APRI intende proseguire sulla strada tracciata verso il raggiungimento dei propri obiettivi, per l’apertura al merito, per l’internazionalizzazione, per ridare speranza. APRI intensificherà il proprio dialogo col mondo politico, perché mai come in questo momento il nostro messaggio potrà risultare efficace contro rivendicazioni corporative che, se nuovamente assecondate dalla politica, potranno solo spingerci verso il baratro che il Paese già intravede.
Il quadro politico sembra però ora profondamente cambiato, e nuove prospettive potrebbero aprirsi per l'Università e la ricerca pubblica italiane. APRI intende proseguire sulla strada tracciata verso il raggiungimento dei propri obiettivi, per l’apertura al merito, per l’internazionalizzazione, per ridare speranza. APRI intensificherà il proprio dialogo col mondo politico, perché mai come in questo momento il nostro messaggio potrà risultare efficace contro rivendicazioni corporative che, se nuovamente assecondate dalla politica, potranno solo spingerci verso il baratro che il Paese già intravede.
lunedì 11 febbraio 2013
Le risposte del Partito Democratico ai 10 punti di APRI
Segnaliamo la cortese e articolata risposta al nostro appello -Per ridare speranza alla ricerca. Decalogo APRI per le forze politiche” - inviata da Maria Chiara Carrozza, presidente del Forum Università e Ricerca del PD e direttore della Scuola Sant’Anna di Pisa.
Come si può leggere, appare chiaro che da parte del Partito Democratico vi sia la chiara intenzione di rilanciare il sistema universitario italiano, nonostante le note difficoltà nel reperimento di fondi dovute alla severa congiuntura economica italiana. Ci auguriamo però che il PD possa esprimere una risposta più articolata sulle strategie che intenderà adottare per il reclutamento di nuove leve, anche e soprattutto in termini di allocazione delle risorse da dedicare ai precari meritevoli.
In particolare, attendiamo ancora una risposta sul punto 2. riguardante il “ricambio generazionale” e la relativa proposta di bilanciamento delle quote di strutturati e non strutturati, che per noi costituisce un punto fondamentale delle nostre richieste alle forze politiche. Se si evita di parlare di reclutamento e in particolare di apertura del reclutamento ai ricercatori non strutturati, dopo che gli attuali “piani straordinari per professore associato” sono stati concepiti a beneficio pressoché esclusivo dei ricercatori a tempo indeterminato, tutto il resto rischia di assumere un’importanza secondaria.
Ecco la risposta della professoressa Carrozza:
Come si può leggere, appare chiaro che da parte del Partito Democratico vi sia la chiara intenzione di rilanciare il sistema universitario italiano, nonostante le note difficoltà nel reperimento di fondi dovute alla severa congiuntura economica italiana. Ci auguriamo però che il PD possa esprimere una risposta più articolata sulle strategie che intenderà adottare per il reclutamento di nuove leve, anche e soprattutto in termini di allocazione delle risorse da dedicare ai precari meritevoli.
In particolare, attendiamo ancora una risposta sul punto 2. riguardante il “ricambio generazionale” e la relativa proposta di bilanciamento delle quote di strutturati e non strutturati, che per noi costituisce un punto fondamentale delle nostre richieste alle forze politiche. Se si evita di parlare di reclutamento e in particolare di apertura del reclutamento ai ricercatori non strutturati, dopo che gli attuali “piani straordinari per professore associato” sono stati concepiti a beneficio pressoché esclusivo dei ricercatori a tempo indeterminato, tutto il resto rischia di assumere un’importanza secondaria.
Ecco la risposta della professoressa Carrozza:
Gentile Presidenza dell’APRI,
abbiamo letto con attenzione il vostro contributo alla definizione di un
programma per l’università e la ricerca italiana. Siamo convinti che il dialogo
tra la politica e i ricercatori non sia una opzione tra le altre, ma
il punto essenziale per l’elaborazione di provvedimenti condivisi. Per questo è
fondamentale il lavoro di ascolto di realtà come la
vostra, che abbiamo cercato di intraprendere in questi anni con il Forum
Università e Ricerca del Partito Democratico, e che riteniamo essenziale per
l’azione di governo.
Partiamo da alcune considerazioni di fondo per discutere in seguito, nello
specifico, alcune tra le vostre proposte. Davanti
alla fallimentare esperienza della “riforma Gelmini”, è essenziale riconoscere
che il cambiamento nel campo dell’istruzione e della ricerca non può giungere
da un attacco continuo, e spesso propagandistico, alle persone impegnate nelle
istituzioni della conoscenza. Né può giungere da un impianto normativo sempre
più burocratico, ipercentralista e iperdirigista, che, specie a partire dal
2008, è stato esclusivamente funzionale all’obiettivo dichiarato di indebolire il sistema pubblico dell’istruzione
superiore, ritenuto – a torto – troppo dispendioso e troppo diffuso
territorialmente. Il cambiamento viene piuttosto da un’analisi schietta (perché
la crisi ce lo impone) delle patologie e delle difficoltà, per elaborare una
diagnosi, per trovare una cura e soprattutto per determinare il rilancio
dell’università e della ricerca.
Sappiamo che
l’orizzonte europeo sarà fondamentale per il governo che uscirà dalle urne a
fine febbraio. La Strategia Europa2020 punta al raggiungimento del 40% di
laureati entro il 2020, mentre noi siamo poco sopra il 20%, contro una media europea di circa il 32,5%.; ci chiede
di arrivare a meno del 10% di dispersione scolastica, e noi siamo vicini al
19%, con punte molto più alte nel Sud e nelle isole, mentre la media europea è
al 14%. Il Piano Nazionale di Riforma 2011 indica obiettivi inferiori rispetto
non alle ambizioni europee per il 2020, ma alle medie europee del 2010: il
26-27% di laureati, il 15-16% di dispersione scolastica. Non dobbiamo mai
dimenticare che “essere in Europa” significa essere all’altezza di questi
obiettivi con le nostre politiche pubbliche. Non si tratta di perseguire
obiettivi irrealistici, ma, mentre si parla di “crescita”, non perdere mai di
vista, nell’azione di governo, il legame essenziale tra crescita, università e
ricerca. Che cosa significa, allora,
“centralità dell’istruzione e della ricerca”? Come si evince dal Rapporto
Giarda, l’Italia negli ultimi 20 anni ha ridotto enormemente il totale della
spesa pubblica destinata all’istruzione, che è passato dal 23,1% della spesa
del 1990 al 17,7% della spesa nel 2009 (-5,4%). Una pianificazione che è
avvenuta in “deficit democratico”, perché non è mai avvenuta una scelta
trasparente in merito a tale disinvestimento, che non ha paragone in nessun
altro comparto della spesa dello stato. Per questo è necessaria, oggi più che
mai, un’inversione di tendenza. Il nostro impegno sulle risorse è quello di una
netta discontinuità, con un
rifinanziamento pluriennale del sistema universitario per
riequilibrare lo sciagurato ‘taglio’ del Governo Monti di 300mln di euro del
FFO e ripristinare almeno la situazione del 2012 (circa 7mld di euro). È
necessaria una graduale convergenza, con una progressione pluriennale, verso
media UE.
Quest’inversione di tendenza deve investire le
prospettive dei ricercatori che, come notate, hanno subito la riduzione
dell’offerta formativa delle università, vedendo una crescita costante del
precariato nella didattica e nella ricerca. L’elefante nella stanza, come
ricordate nelle vostre considerazioni, è il blocco del turn-over. È perciò necessario intervenire su questo punto,
ma nell’ottica di un cambio di prospettiva che prevede, su pre-ruolo, reclutamento e carriere, lo
stop al precariato, contratto unico, un vera tenure track (problema essenziale che ponete nell’introduzione e al
punto 4) e ruolo unico di docenza. Il nostro programma prevede una
semplificazione delle figure pre-ruolo, concentrando tutte le figure post-doc in due tipologie: un Contratto
unico di ricerca e posizioni di professore junior in tenure track (percorsi a tempo determinato che prevedano fin
dall'inizio la possibilità di arrivare, previe periodiche valutazioni
favorevoli, all'inserimento stabile nei ruoli universitari). È inoltre
necessario sbloccare le risorse per i giovani e separare reclutamento e
avanzamenti. Si deve investire sulla mobilità, estendendo progressivamente l’efficacia delle disposizioni anti inbreeding (come nel vostro
punto 5), puntando verso un sistema di tipo tedesco e impedendo lo svolgimento
di tutta la carriera sempre nella stessa sede.
Dobbiamo assolutamente modificare gli
attuali meccanismi di allocazione dei punti organico che favoriscono le
promozioni dei candidati locali a scapito delle assunzioni di professori
dall’esterno. Servono bandi nazionali per
posizioni post-doc e di tenure track
che offrano ai vincitori il budget economico e i fondi di ricerca, lasciando
loro la possibilità di scegliere in autonomia l’ateneo presso il quale svolgere
la propria attività (escluso l’ateneo di origine), consolidando il budget
legato alla posizione nel FFO.
Per quanto riguarda i
programmi di “rientro dei cervelli” che toccate al punto 2, si tratta di attuare
programmi che possano definirsi di vera “circolazione dei cervelli”. Nel
sistema globale e interconnesso della ricerca, l’attrazione non riguarda tanto i giovani “perduti” che “devono” tornare,
ma i talenti di qualsiasi nazionalità che devono sentirsi accolti in Italia.
Tra le nostre proposte (nel dettaglio qui
in appendice, in un documento che contiene anche il programma ambizioso di
potenziamento dell’Erasmus, che oggi interessa solo l’1% degli studenti
italiani): Valorizzare in sede concorsuale, come già accade in alcuni settori,
le esperienze di insegnamento e ricerca all’estero; incentivare gli
insegnamenti in lingua straniera per stimolare le università a chiamare
studiosi con esperienze in atenei e centri di ricerca stranieri; bandire
posizioni nazionali per ricercatori post-doc (con possibilità di scegliere in
autonomia l’ateneo presso il quale svolgere la propria attività) rivolti anche
a studiosi stranieri; lavorare per l’equipollenza e riconoscimento dei titoli
all’estero per i titoli accademici nello spirito di creare uno spazio europeo
di istruzione superiore. Attivare un sistema di “cattedre condivise”, sul
modello di quelli già esistenti in Paesi stranieri, nell’ambito del quale sia
possibile assegnare a studiosi (italiani e stranieri) che insegnano presso
università straniere una parte variabile di una cattedra. Rendere più competitivo il sistema dei compensi (il che si lega
alla questione da voi posta al punto 6): previsione di basi retributive
adeguate per tutte le attività post-doc, incremento della parte variabile della
retribuzione dei docenti strutturati.
La vicenda dell’ANVUR, che a nostro
avviso va affrontata tenendo conto della sproporzione tra i compiti
dell’agenzia (che non hanno pari in altri paesi paragonabili al nostro) e il
suo personale, oltre alla questione della dipendenza dal MIUR, va inquadrata in
un’idea di valutazione che, proprio perché fondamentale, deve essere meno
fondata sulla burocrazia. E
correggere i difetti burocratici è essenziale anche per le questioni da voi
poste, nello specifico, sulla ricerca. Facciamo un esempio concreto, che a
nostro avviso punta a cambiare un sistema MIUR-MiSE con cui si scontrerebbero
gli stessi uffici da voi proposti al punto 8. Come abbiamo
spiegato nel dettaglio qui
a partire dalle esperienze di ricercatori come voi, è essenziale adottare in
Italia il “diritto alla semplicità”, basandosi sulle buone pratiche che
caratterizzano le grandi agenzie di finanziamento della ricerca europee e
straniere. Per esempio, nell’esperienza UE, i ricercatori si rivolgono a un
unico portale, aggiornato e condiviso, per tutta
la documentazione utile, a un solo portale per tutte le
informazioni e gli strumenti utili, e possono presentare la proposta
on-line, senza bisogno di firme. Durante la fase di valutazione della proposta,
si dà maggiore importanza al contenuto tecnico-scientifico, alla proposta di
implementazione e all’impatto atteso rispetto agli aspetti burocratici. È
quindi essenziale superare l’ottica “ragionieristica” o “burocratica” e non
improntato all’innovazione. Di conseguenza, sui deve cambiare profondamente
l’approccio delle strutture ministeriali.
L’ultima vostra proposta (punto
10) è in linea con un elemento presente da tempo nel programma del PD (nel
programma approvato dall’Assemblea Nazionale nel 2010, così come nelle
raccomandazioni all’ultimo governo): l’istituzione di un’Agenzia di programmazione e finanziamento della ricerca che esprima le
posizioni del governo e del parlamento sulle priorità della ricerca. L’Agenzia
deve puntare sull’accelerazione delle procedure e sul rispetto dei tempi dei
progetti di ricerca e deve svolgere allo stesso tempo un’attività di
road-mapping università-politica-impresa. Necessita di funzionari di livello
adeguato che siano formati sulla ricerca internazionale e abbiano conseguito il
dottorato di ricerca. Dobbiamo inserirci in Europa, con un sistema di
programmazione e finanziamento della ricerca adeguato ad un sistema europeo (e
che quindi possa contribuire a una strategia rilevante per il punto 9). Lo European Research Council ci indica
esattamente il metodo migliore da adottare per valutare e finanziare la
migliore ricerca, che deve essere valutata per la sua eccellenza
scientifica senza le assurde regole attuali applicate nelle selezioni dei
PRIN.
Ringraziandovi ancora per il vostro contributo, ribadiamo la nostra
convinzione sulla necessità di ridare speranze e risorse a tutte le persone che
“fanno” la ricerca italiana ogni giorno. Università e ricerca per noi non sono
la “ciliegina sulla torta” o il “fiore all’occhiello” dell’economia italiana:
sono e devono essere la base di ogni ragionamento credibile di governo sullo
sviluppo e sul futuro del nostro paese.
giovedì 7 febbraio 2013
PRIN 2012: un bando del passato, che va impugnato al TAR
Tale situazione oggettivamente paradossale ha determinato una reazione da parte della comunità accademica e degli enti pubblici di ricerca italiani, che si è risolta in una rettifica del bando, pubblicata il 1° Febbraio mediante nuovo Decreto Ministeriale. Sorprendentemente però, saranno ora ammessi alla richiesta di finanziamento non tutti i ricercatori a tempo determinato, ma solo quelli più anziani di 40 anni. In un Paese come l’Italia, che ha assoluto bisogno di idee fresche da parte di ricercatori giovani e dinamici, le speranze di questi ultimi vengono troncate sulla base di irragionevoli criteri di anzianità che sembrano mancare non solo di basi logiche, ma anche di fondamento giuridico.
Di fronte a tale situazione, APRI annuncia ricorso al TAR: per preaderire al ricorso e ricevere le istruzioni operative, inviare una mail a presidente@ricercatoriprecari.it.
L’azione legale verrà effettivamente intrapresa qualora il numero di potenziali ricorrenti sia sufficientemente grande da permettere di mantenere i costi al minimo (non oltre i 70 euro per ogni ricorrente). I tempi molto stretti per la presentazione del ricorso non consentono attualmente di fornire ulteriori dettagli, ma i potenziali partecipanti che invieranno una email di interesse all’indirizzo sopra riportato verranno costantemente aggiornati riguardo ai vari passi intrapresi dall’Associazione.
Iscriviti a:
Post (Atom)



